Tanto per chiarire / Just to make it clear


Tanto per chiarire / Just to make it clear

Più che un blog questo è un diario di appunti, dove spesso mi segno e rilancio articoli ed opinion interessanti trovate in giro per la rete.

Cerco sempre di citare e linkare correttamente la fonte originale. Se comunque trovaste roba vostra che volete che tolga o corregga, vi prego di segnalarmelo a Stef@cutillo.eu
This is a notebook -not really a blog- where I often relaunch interesting stuff I find roaming on the net.
I always try to link correctly the original sources. If anyway you find your stuff and want me to remove or correct it, please let me know at Stef@cutillo.eu


Questo blog, ovviamente, non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità e con molta poca coerenza. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 e seguenti.
This is just a silly legal note to state that this (SURPRISE! SURPRISE!)
is not a newspaper or a news publication whatsoever.

giovedì 18 dicembre 2014

Quando torno in Italia

http://diecimila.me/2014/12/18/tornare-a-casa-quando-vivi-allestero/

Tornare a casa, quando vivi all’estero.

Vivi all’estero da tempo
quando tornato nella tua città natale,
ti siedi per prendere un caffé
e il cameriere ti fa: “Però, parli bene italiano”.
“È che ho fatto 28 anni di erasmus a Roma.”

Le 10 cose che ti capitano quando vivi all’estero e torni in Italia per qualche giorno: 

1. Vai al primo bar per prenderti un caffè e, mentre lo stai ordinando, ti accorgi che ormai parli un italiano a metà tra Don Lurio, Dan Peterson e una Unit Five da libro d’inglese e peggio ancora, ordini “un espresso”, come se non fosse già implicito nella parola “caffè”. Il barista allora capisce che sei un turista e ti rifila una purga peggio di quello che bevi ad Aberdeen, in Scozia, tutti i giorni da 5 anni. 

2. Cammini per strada e realizzi che tutti quanti parlano la tua stessa lingua. Ti siedi al tavolinetto di un bar e quelli accanto a te parlano italiano, e tu li capisci senza doverti sforzare, e loro capiscono te e sanno che non scopi da 21 mesi, perché prima, al telefono, credevi ancora di stare a Minneapolis. 

3. Hai deciso che in Italia il tempo è sempre bello, pure se vivi in Brasile e così, che sia inverno con la neve o estate con 40 gradi, proporrai sempre a tutti di sedersi fuori a bere, dove sfoggerai magliettine corte e occhiali da sole. Guardando verso il cielo sorriderai indistintamente al sole di gennaio (un puntino bianco che ricorda più il neon di un carcere di massima sicurezza) o a quello di agosto (una palla di fuoco portatrice di morte), sorseggiando birra ghiacciata. 

4. Nonostante tu sia stato via più di 10 anni, sei convinto che tutte le tue vecchie (trombo)amiche, i tuoi vecchi amici, i compagni dell’Università e il 90% dei parenti sia ancora interessato a te e a quello che hai fatto fuori dall’Italia. Li andrai a trovare convinto di raccontare loro cosa succede nel mondo, per scoprire 20 minuti dopo che a) non gliene frega un cazzo, b) non gliene frega realmente un cazzo e c) e sti cazzi non ce li metti? E poi c’è Internet e ne sapranno già più di te. 

5. Ti sei fatto la convinzione che ogni angolo della tua città sia stato raggiunto dal WiFi gratuito, tipo Stoccolma, quando è già tanto che ci siano acqua corrente ed elettricità. 

5b. Scoprirai che neanche casa dei tuoi ha una linea Internet e sarai costretto a pietire un vecchio modem a 56k dal vicino di tua madre, un signore di 64 anni in libertà vigilata, per soli 100 euro al giorno. 

6. Hai deciso di utilizzare i mezzi di trasporto pubblici (o nei casi più estremi la bicicletta) perché ti sei convinto che sia possibile farlo ovunque nel mondo. Vivi a 30 km dal centro, ma tiri fuori la tua vecchia graziella blu ruggine e, sorridendo, a testa alta, pedali per la città rischiando di morire a ogni incrocio, mentre la gente ti guarda inorridita e con sospetto. In alternativa, decidi di andare a piedi che tanto sono appena 12 km da casa tua a Trastevere, una roba che prima non avresti fatto neanche per la figa. 

7. Cammini per strada sempre con la borsa aperta, lasci giacca, portafoglio e cellulare sul tavolino del bar per andare in bagno, dai pure la mancia alla cassiera della Coop, così, disinvolto come un danese a Copenaghen. E poi i famosi 5 euro a quello che son 20 anni che ha finito la benzina e deve tornare al lavoro o il principale lo licenzia, passaggi agli sconosciuti, saluti tutti quelli che incontri, chiedi scusa, lasci la precedenza agli incroci, timbri il biglietto dell’autobus, fai fare telefonate ai passanti che ti chiedono un minuto il cellulare, non scappi davanti alla polizia e, se sei una ragazza, non ti fai neanche più problemi a fare un pompino al bagno a un tizio carino con cui ci hai chiacchierato appena 5 minuti, mentre eri in fila alle poste. 

8. Tra le 48 e le 72 ore litighi con tutta la tua famiglia nonostante ti eri ripromesso che questa volta no, non sarebbe accaduto. 

9. Tutti quelli che incontri, indipendentemente dal fatto che tu viva in Scozia, Portogallo o Cina, ti diranno sempre, tutti: “Eh, chissà come parli bene inglese (o portoghese o cinese)”. Se sei uomo ti chiederanno pure come sono le scozzesi (o le portoghesi o le cinesi), convinti che tu stia scopando come Rocco Siffredi durante un porno, quando al massimo sei riuscito, in 9 mesi, a farti una scopatina triste con l’unica altra italiana, cesso, venuta a trovare la sua unica amica erasmus. 

10. A giro, tutti i tuoi amici ti dicono: “Certo che da quelle parti bevono una cifra”, indipendentemente dal fatto che tu viva in Inghilterra, in Guadalupe o in un campus di Talebani in mezzo al deserto dell’Iran. Se poi vieni dagli Stati Uniti, ti chiederanno pure se la Coca-Cola è diversa. Se sei in Irlanda sarà la Guinness. Se sei finito a Bangkok, invece, ti chiederanno di riportargli l’iPhone 9, perché in Asia i prodotti tecnologici, si sa, escono sempre prima.
Infine, dandoti una pacca sulla spalla, con aria di chi la sa lunga nonostante viva ancora con i genitori, ti saluteranno con un “Eh, hai fatto bene ad andartene, qua è tutto un casino”. E tu sospirerai, annuendo con la testa. E mentre vai a prendere l’unico autobus notturno, quello che fa il giro San Basilio-Termini-Battisti-Sarajevo (la città)-casa tua, pensi tra te e te “mai più”.
È per questo che si fa passare sempre più tempo tra una visita e l’altra.

giovedì 23 ottobre 2014

Dienstbereit - Nazis & Faschisten im Auftrag der CIA (arte Dokumentation)

An interesting documentary tracing the recruitment of fascists and nazis by the CIA after the end of the Second World War (In German)

martedì 30 settembre 2014

Neoliberalism and psychopaths

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/sep/29/neoliberalism-economic-system-ethics-personality-psychopathicsthic

Neoliberalism has brought out the worst in us
Paul Verhaeghe

An economic system that rewards psychopathic personality traits has changed our ethics and our personalities

 'We are forever told that we are freer to choose the course of our lives than ever before, but the freedom to choose outside the success narrative is limited.' Photograph: Lefteris Pitarakis/AP

Monday 29 September 2014 09.00 BST

We tend to perceive our identities as stable and largely separate from outside forces. But over decades of research and therapeutic practice, I have become convinced that economic change is having a profound effect not only on our values but also on our personalities. Thirty years of neoliberalism, free-market forces and privatisation have taken their toll, as relentless pressure to achieve has become normative. If you’re reading this sceptically, I put this simple statement to you: meritocratic neoliberalism favours certain personality traits and penalises others.

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There are certain ideal characteristics needed to make a career today. The first is articulateness, the aim being to win over as many people as possible. Contact can be superficial, but since this applies to most human interaction nowadays, this won’t really be noticed.

It’s important to be able to talk up your own capacities as much as you can – you know a lot of people, you’ve got plenty of experience under your belt and you recently completed a major project. Later, people will find out that this was mostly hot air, but the fact that they were initially fooled is down to another personality trait: you can lie convincingly and feel little guilt. That’s why you never take responsibility for your own behaviour.

On top of all this, you are flexible and impulsive, always on the lookout for new stimuli and challenges. In practice, this leads to risky behaviour, but never mind, it won’t be you who has to pick up the pieces. The source of inspiration for this list? The psychopathy checklist by Robert Hare, the best-known specialist on psychopathy today.

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This description is, of course, a caricature taken to extremes. Nevertheless, the financial crisis illustrated at a macro-social level (for example, in the conflicts between eurozone countries) what a neoliberal meritocracy does to people. Solidarity becomes an expensive luxury and makes way for temporary alliances, the main preoccupation always being to extract more profit from the situation than your competition. Social ties with colleagues weaken, as does emotional commitment to the enterprise or organisation.

Bullying used to be confined to schools; now it is a common feature of the workplace. This is a typical symptom of the impotent venting their frustration on the weak – in psychology it’s known as displaced aggression. There is a buried sense of fear, ranging from performance anxiety to a broader social fear of the threatening other.

Constant evaluations at work cause a decline in autonomy and a growing dependence on external, often shifting, norms. This results in what the sociologist Richard Sennett has aptly described as the “infantilisation of the workers”. Adults display childish outbursts of temper and are jealous about trivialities (“She got a new office chair and I didn’t”), tell white lies, resort to deceit, delight in the downfall of others and cherish petty feelings of revenge. This is the consequence of a system that prevents people from thinking independently and that fails to treat employees as adults.

More important, though, is the serious damage to people’s self-respect. Self-respect largely depends on the recognition that we receive from the other, as thinkers fromHegel to Lacan have shown. Sennett comes to a similar conclusion when he sees the main question for employees these days as being “Who needs me?” For a growing group of people, the answer is: no one.

Our society constantly proclaims that anyone can make it if they just try hard enough, all the while reinforcing privilege and putting increasing pressure on its overstretched and exhausted citizens. An increasing number of people fail, feeling humiliated, guilty and ashamed. We are forever told that we are freer to choose the course of our lives than ever before, but the freedom to choose outside the success narrative is limited. Furthermore, those who fail are deemed to be losers or scroungers, taking advantage of our social security system.

A neoliberal meritocracy would have us believe that success depends on individual effort and talents, meaning responsibility lies entirely with the individual and authorities should give people as much freedom as possible to achieve this goal. For those who believe in the fairytale of unrestricted choice, self-government and self-management are the pre-eminent political messages, especially if they appear to promise freedom. Along with the idea of the perfectible individual, the freedom we perceive ourselves as having in the west is the greatest untruth of this day and age.

The sociologist Zygmunt Bauman neatly summarised the paradox of our era as: “Never have we been so free. Never have we felt so powerless.” We are indeed freer than before, in the sense that we can criticise religion, take advantage of the new laissez-faire attitude to sex and support any political movement we like. We can do all these things because they no longer have any significance – freedom of this kind is prompted by indifference. Yet, on the other hand, our daily lives have become a constant battle against a bureaucracy that would make Kafka weak at the knees. There are regulations about everything, from the salt content of bread to urban poultry-keeping.

Our presumed freedom is tied to one central condition: we must be successful – that is, “make” something of ourselves. You don’t need to look far for examples. A highly skilled individual who puts parenting before their career comes in for criticism. A person with a good job who turns down a promotion to invest more time in other things is seen as crazy – unless those other things ensure success. A young woman who wants to become a primary school teacher is told by her parents that she should start off by getting a master’s degree in economics – a primary school teacher, whatever can she be thinking of?

There are constant laments about the so-called loss of norms and values in our culture. Yet our norms and values make up an integral and essential part of our identity. So they cannot be lost, only changed. And that is precisely what has happened: a changed economy reflects changed ethics and brings about changed identity. The current economic system is bringing out the worst in us.

venerdì 15 agosto 2014

Le Osterie

Osteria numero zero
vedo un prete tutto nero
che con mille contorsioni
suona il piano coi coglioni.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero uno
al casino non c'è' nessuno
ci sono solo preti e frati
che si inculano beati.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero due
le mie gambe fra le tue
le tue gambe fra le mie 
fanno mille porcherie.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero tre
la Peppina fa il caffè
fa il caffè una volta al mese
con le pezze del marchese.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero quattro
la Peppina ha rotto il piatto
per non farlo più vedere
se lo ficca nel sedere.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero quattro
la marchesa aveva un gatto
con la coda del felino
si faceva un ditalino.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero cinque
c'è chi perde e c'è chi vince
ma chi perde caso strano
se lo trova dentro l'ano.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero sei
è il casino degli ebrei
ma gli ebrei son sporcaccioni
ficcan dentro anche i coglioni.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero sette
il salame piace a fette
ma alle donne caso strano
il salame piace sano.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero otto
la marchesa fa il risotto
fa il risotto ben condito
con lo sperma del marito.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero otto
cazzo in mano e culo rotto
culo rotto e cazzo in mano
pe' 'nculasse 'r Vaticano.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero nove
il mio cazzo fa le prove
fa le prove contro il muro
per vedere quanto è duro.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero nove
la marchesa fa le prove
fa le prove col prosciutto
per veder se c'entra tutto.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero dieci
se hai fame mangia i ceci
per la fica e per il culo
troverai sempre un padulo.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero dieci
il sacrestano fa le veci
fa le veci al cappellano
e lo prende dentro l'ano.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero venti
se la fica avesse i denti
quanti cazzi all'ospedale
quante fiche in tribunale.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero trenta
chi ha il culo non si penta
oggigiorno caso strano
va di moda il deretano.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero cento
se la fica andasse a vento
quanti cazzi in alto mare
si vedrebber navigare.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero cento
più tu spingi più va dentro
ma se spingi oltremisura
poi ti nasce una creatura.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero cento
il mio cazzo è di cemento
di cemento bene armato
quando è dentro fa il selciato.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero mille
il mio cazzo fa scintille
fa scintille sulla legna
figuriamoci sulla fregna.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero mille
il mio cazzo fa scintille
fa scintille nella notte
per veder le dotte biotte.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria numero enne
il mio cazzo ci ha le antenne
quando inculo il sagrestano
sento radio Vaticano.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria del cimitero
è successo un fatto vero
due cadaveri putrefatti
si inculavano come matti.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria del Vaticano
è successo un fatto strano
c'era il Papa con gli occhiali
che inculava i cardinali.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria del Vaticano
Ce sta er Papa cor cazzo in mano
Grida a tutti "Porco Ddio"
Qua la fica la voglio anch'io.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria dell'antinferno
s'è incazzato il padreterno
perche' il suo divin figliolo
è tornato con lo scolo.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria del Paradiso
c'era Dante co' 'n sorriso.
Beatrice, la sua donna,
gli è tornata senza gonna.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria del Paradiso
è successo un fatto inviso
Gesù cristo coi cerchietti
s'enculava l'angioletti.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria dove si spera
anche Petrarca aspetta e spera
donna Laura, sua moglie
gli è tornata con le doglie.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria della stratosfera
si è scoperto cosa c'era
nello Sputnik la cagnetta
si sparava una pugnetta.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria dell'invertito
qui non metto proprio il dito
non vorrei che il suo strumento
mi mirasse proprio al centro.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria della mignotta
non vogliamo una bigotta
la vogliamo emancipata
e per giunta già sbiottata.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria della Minerva
tutta casta si conserva
ma col giallo, il blu e il rosso
fan casino a più non posso.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria del vescovado
là di certo non ci vado
non è posto da goliarda
perché manca la bernarda.
Dammela a me, biondina!
Dammela a me, bionda!

Osteria del Gallo d'Oro
è uno stronzo chi fa il coro.


Osteria del Gallo Fritto
è uno stronzo chi sta zitto.

martedì 22 luglio 2014

sabato 28 giugno 2014

Lyme didease?

https://medium.com/lyme-disease-warrior/i-have-lyme-disease-a12831378cb7?source=email-504c7870fdb6-0000000000000-manual_campaign_71?utm_source=newsletter71&utm_medium=email&utm_campaign=71

http://en.wikipedia.org/wiki/Lyme_disease

venerdì 27 giugno 2014

Roma

Par tibi, Roma, nihil, cum sis prope tota ruina.
Nothing compares to you, Rome, even if you are in ruins.

venerdì 20 giugno 2014

Ma che te fumi?

Già due secoli fa, Giuseppe Gioacchino Belli, Accademico Tiberino ed uno dei massimi poeti italiani dell'ottocento, chiedeva ad un conoscente...

ER FUMÀ 

     Ma cche tte fumi, di’, sia mmaledetto:
Hai la faccia color de Monte-Mario, [1]
Tienghi, peccristo, scerte [2] coste in petto
Da mettele pe mmostra in zur Carvario:
             
     Pesi quattr’oncia meno d’un canario,
E nun hai carne d’abbastà a un guazzetto;
E ttutto er zanto ggiorno cor zicario, [3]
Da cuanno t’arzi inzino ch’entri a lletto!
             
     Senza contà che a tté co sto porcile
Te puzzeno, per dio, sino li peli:
Vôi finì li tu’ ggiorni in marzottile? [4]
             
     Mazzato!, eh llassa er fume de la pippa
A sti frati futtuti d’aresceli, [5]
Che ttiengheno un mascello in de la trippa. 


Terni, 7 novembre 1832 


Note

  1. Il già Clivus Cinnae, detto oggi Monte-Mario, da un Mario Millini che vi possedeva una villa. Esso è composto di giallastri relitti marini.
  2. Certe.
  3. Sicario per “sigaro„ o “zigaro„.
  4. Mal sottile: la Tubercolosi
  5. Gli zoccolanti di S. Maria in Aracoeli, nell’antico luogo di Giove Capitolino sul Campidoglio.

Ed una canzone più moderna che ribadisce il concetto:

martedì 25 marzo 2014

Ma non avremo sbagliato vita?

http://out-press.com/5-paesi-dove-si-vive-con-350-euro-al-mese-2/

Understanding depression

http://www.brainpickings.org/index.php/2014/03/24/the-depths-rottenberg-depression/

Perhaps what we call depression isn’t really a disorder at all but, like physical pain, an alarm of sorts, alerting us that something is undoubtedly wrong; that perhaps it is time to stop, take a time-out, take as long as it takes, and attend to the unaddressed business of filling our souls.

lunedì 24 marzo 2014

mercoledì 12 marzo 2014

Trilussa - L'uccello in chiesa

)


L'uccelletto in chiesa

Era d'agosto e un povero uccelletto
ferito dai pallini di un moschetto
andò a posarsi con un'ala offesa
sulla finestra aperta di una chiesa.


Dalle tendine del confessionale
il parroco intravide l'animale,
ma, pressato da molti peccatori
che volevan pentirsi degli errori,
richiuse le tendine immantinente
e si rimise a confessar la gente.



Mentre in ginocchio 

oppur stando a sedere
ogni fedele diceva le preghiere
una donna, notato l'uccelletto,
lo pose al caldo mettendolo nel petto.



A un tratto un improvviso cinguettìo
ruppe il silenzio nel tempio di Dio.
Rise qualcuno e il prete, a quel rumore,
il ruolo abbandonò di confessore,

s'arrampicò sul pulpito veloce
e di lassù gridò ad altra voce:
"Fratelli, chi ha l'uccello, per favore,
esca fuori dal tempio del Signore".

I maschi, un po' stupiti a tal parole,
lesti si accinsero ad alzar le suole,
ma il prete a quell'errore madornale
"Fermi!" – gridò – "mi sono espresso male,
rientrate tutti e statemi a sentire:
solo chi ha preso l'uccello deve uscire".

A testa bassa e la corona in mano
cento donne s'alzarono pian piano,
ma mentre s'affrettavan di buon ora
il prete le gridò "Ho sbagliato ancora,
rientrate tutte quante figlie amate,
ch'io non volevo dire quel che pensate".

E riprese: "Già dissi e torno a dire,
solo chi ha preso l'uccello deve uscire,
ma mi rivolgo a voce chiara e estesa
solo a chi ha preso l'uccello in chiesa".

A tal parole, nello stesso istante,
le monache si alzaron tutte quante,
quindi, col viso pieno di rossore,
lasciarono la casa del Signore.

"Santa Vergine!" esclamò il buon prete
"Sorelle, su rientrate, state quiete,
perché voglio concluder, sissignori,
la serie degli equivoci e di errori,
perciò, senza rumore, piano piano,
esca soltanto chi ha l'uccello in mano".

Una fanciulla che col fidanzato
era nascosta in un angolo appartato
dentro una cappella laterale,
poco mancò che si sentisse male,
quindi gli sussurrò col viso smorto:
"Te lo dicevo, hai visto, se n'è accorto!".



[Altro finale aggiunto]


Ma in un angolo ancora più appartato,
un'altra ragazza col fidanzato,
disse: "Caro, non se n'è accorto, ché io non son sciocca,
in quanto, l'uccello, lo tenevo in bocca!".


Er passero ferito

di Natale Polci



Era d'Agosto. Un povero uccelletto,

ferito da la fionna d’un maschietto,
s’agnede a riposà co ‘n’ala offesa,

su la finestra aperta d’una chiesa.



Da le tendine der confessionale,
un prete intese e vidde l’animale,
ma dato che lì fori,
c’ereno nun so quanti peccatori,
richiuse le tendine espressamente,
e se rimise a confessà la gente.

Ma mentre che la massa de persone,
diceva l’orazzione
senza guardà pe’ gnente l’ucelletto,
‘n omo lo prese e se lo mise in petto…

Allora ne la chiesa se sentì,
un lungo cinguettìo: cì-cì, cì-cì…
Er prete, risentendo l’animale,
lasciò er confessionale,
poi, nero nero peggio de la pece,
s’arampicò sur purpito e lì fece:

"Fratelli, chi ha l’ucello per favore
vada fora dar Tempio der Signore!".
Li maschi, tutti quanti in una vorta,
partirono p’annà verso la porta,

ma er prete, a quelo sbajo madornale:
"Fermi!", strillò "che me so espresso male…
Tornate indietro e stateme a sentì:
qua, chi ha preso l’ucello deve uscì!".

A testa bassa e la corona in mano,
cento donne s’arzorno piano piano.
Ma mentre se ‘n’annaveno de fora,
er prete ristrillò: "Ho sbajato ancora!".

Rientrate tutte quante fije amate,
ch’io nun volevo dì quer che pensate.
Io v’ho già detto e ve ritorno a dì,
che chi ha preso l’ucello deve uscì,

ma io lo dico a voce chiara e stesa,
a chi l’ucello l’abbia preso in chiesa!".
In quello stesso istante,
le moniche s’arzorno tutte quante,

eppoi, cor viso pieno de rossore,
lasciarono la casa der Signore.

(Versi conclusivi aggiunti successivamente da un anonimo):

Er prete co’ la faccia imbambolata,
capì che aveva detto ‘na cazzata
e sentenziò: "Rientrate piano piano…
sorta chi adesso cià l’ucello in mano!".

Una ragazza che cor fidanzato,
stava co’ lui a sede sur sagrato,
disse impaurita, cor visetto smorto:
"Che te dicevo? A stronzo! Se n’è accorto!".

Ma quello che nessuno ha mai capito
è perché pure er chirichetto
s'è arzato e se n’è ito.

martedì 28 gennaio 2014

Dov'è finito il nostro Paese?

Dov finito il nostro Paese?

di Giorgio Cattaneo

«Questo paese è meraviglioso», disse la donna, allungando lo sguardo sul latte nebbioso che esalava dalle acque e dai canneti della Maremma nella luce cruda e ancora incerta del primo mattino. La voce della donna era incrinata dalla commozione, sul treno che - insieme a centinaia di altri ordinari apostoli - la stava trasportando verso la capitale, dove di lì a poche ore si sarebbe messa in marcia la più gigantesca manifestazione di massa della storia, milioni di cittadini in corteo per tentare di fermare la guerra, contro l'Iraq di Saddam e le sue inesistenti bombe atomiche.

Era il 15 febbraio 2003, mille anni fa. C'era quel treno. E c'era quella donna, intenerita dallo spettacolo naturale inesauribile dell'Italia e convinta di vivere in un paese speciale, a suo modo nobile e generoso - la storia siamo noi, dopotutto, quando ce ne ricordiamo. Un paese amico, solidale, abbastanza ricco da essere tollerante e aperto. Un paese sereno, con una sua vocazione alla felicità. Un paese che oggi non c'è più.

Lo stesso uso comune di quella parola - paese - è divenuto monopolio di statistiche prima astruse e poi atroci. Il Pil, lo spread, la deflazione, la moneta unica, il rigore, l'addio al welfare, l'austerity, la spending review. Il debito pubblico esibito come colpa, le privatizzazioni-truffa come virtù. Spenta l'allegria di un tempo, estinta la fiducia nel futuro. Scomparsa la politica, con i suoi partiti. Spariti i politici: ci si accontenta di intrattenitori (prima Berlusconi, ora Renzi). Sparita la verità, la scomoda verità delle strade. Ci sono gli speaker, i commentatori, le breaking news che non spiegano mai niente.

È così che dilagano le leggende. Il perfido Bin Laden, il perfido Gheddafi, il perfido Assad. La maschera di Mario Draghi, quella di Mario Monti. I mestieranti di Palazzo Chigi, la vuota ritualità di parole consunte di fronte allo strazio quotidiano che sbarca a Lampedusa e si trascina nelle piazze del nord mettendo in scena la rabbia e la disperazione di ex operai, ex insegnanti precari, ex commercianti, ex imprenditori, ex artigiani, ex cittadini italiani ridotti a sudditi di un'autorità dispotica e nemica, verso la quale il governo nazionale è impotente, se non complice.

Paese felice, lo definiva Primo Levi, nonostante tutto. Una terra con mille piaghe endemiche, catastroficamente ingovernabile e sempre dominata da potenti padroni stranieri - eppure popolata da un'umanità tenace, ottimista, operosa. Un luogo non ostile, dove l'odio fanatico non è mai stato di casa. Che fine ha fatto, oggi, questo paese? Si sta letteralmente disintegrando, in apparenza senza un perché. Crolla, l'Italia, giorno per giorno. Cede sotto il colpi di manovre possenti sempre decise all'estero, lontano dal popolo italiano, in nome del quale si sostiene ancora di amministrare la giustizia, di promulgare le leggi. Popolo relativamente sovrano, in passato, ma oggi non più.

Persino nella guerra fredda, quelli che si opponevano l'un l'altro - con terribile durezza - erano modelli di civiltà, ipotesi di convivenza sociale e civile. Mondi che disponevano di codici, di lingue. È muta, invece, la suprema barbarie del regime tecnocratico: pretende di liquidare con la falsa imparzialità dei numeri le sue anonime operazioni di genocidio selettivo, di pulizia etno-economica, di macelleria sociale.

Il nuovo feudalesimo instaurato dal potere egemone, che utilizza armi di distruzione di massa come il terrorismo economico e la disinformazione sistematica, pretende una platea di docili sudditi, di consumatori drogati, di telespettatori passivi, di ex cittadini ed ex lavoratori catapultati nell'indigenza, nel bisogno, nella paura del domani. E ora che il sistema sta franando, non avendo saputo mantenere le sue promesse di benessere, la prima preoccupazione dei grandi decisori - multinazionali, finanzieri, lobby invisibili e onnipotenti - è quella di disabilitare le residue funzionalità dei cittadini, rendendoli completamente inermi e abituandoli alla rassegnazione come condizione di assoluta normalità: la verità ufficiale non si discute, gli ordini si eseguono e si subiscono in silenzio.

Ai sudditi si impedisce persino di votare, di scegliere, di decidere di che morte dovrà morire il loro famoso paese, il paese meraviglioso di Primo Levi e di tutti gli apostoli che il 15 febbraio 2003 si ritrovarono a Roma per avvertire i signori della guerra che il popolo, il popolo italiano, non era più disposto a credere a nessuna delle loro sanguinose menzogne.

giovedì 16 gennaio 2014

I could have written this

This article was published in Salon a couple of years ago.
I could have written it.


Game over, my conservative friend

Dear Rick,
I guess it’s not going to work out. I guess this is goodbye.
For 20 months now, since a few days after the Green Bay Packers won the Super Bowl and Gov. Scott Walker moved to crush public unions in Wisconsin and the protests began at the state capitol building in Madison, we have argued nearly every day of the week. We have argued late at night, in our underwear, with you full of Evan Williams and me full of French red wine. We have argued during your son’s football games. We have argued when my daughters have been playing Monopoly with me. We have argued at the mall, at the grocery store, out for dinner, out for a stroll with the dog, at work, at ballgames, at weddings, at funerals, in the sunshine, in the rain, in the snow, in sight of the beautiful summertime dew that clings to the grass here in Wisconsin, way early in the morning, even during that long drought in July and in August when rain was as scarce as good will toward people whose political views are not the same as our own. We never stopped, Rick.  We never surrendered.
I should give you credit for being as tough and as unrelenting as you are, and I should give myself credit for hanging in there with you for as long as I have, but honestly, the whole thing, well, neither of us should feel proud.   Maybe we have fought because our love is so intense, because is it not true that people with the most profound love generate between them the most inextinguishable hate? Maybe we should have stayed away from each other in the first place? Or at least, if were unable to contain ourselves, we should have argued in private?
As it is, each and every one of my Facebook friends thinks you’re a boorish, one-minded, undereducated asshole with no feelings for anything but numbers. At least 10 of my friends have blocked you and won’t allow me to mention you, ever, no matter the context, because they think you are embarrassing and a demeaning waste of my time and that the constant bickering makes everybody look bad. Same works the other way around, I am absolutely sure. I know your friends think I’m a jackass and a pompous, foulmouthed, rude prick who thinks way too much of himself.   Lots of your friends have blocked me, too, and have no doubt told you to stay clear of me. People avert their eyes when we strike up the band, Rick. We are, in everybody’s estimation, a disgrace.
Look, I know I never should never have mentioned – on your Facebook page, in front of all your friends – those standardized tests we took in the sixth grade together and how my scores were almost twice as high as yours. I know that sounded arrogant, Rick. I am so sorry. I did not mean it that way. But if you’re suggesting that the taxpayers are paying too much money for public schools and that lots of teachers are worthless and that the only way we can determine the effectiveness of teachers and schools is through scores on standardized tests, well, goddammit, I whipped your fiscally conservative ass, big-time, on those standardized tests way back in the day.
Does this mean I’m smarter than you? Does this mean my teachers did a better job with me than they did with you? Hell no. It means I am better, by nature, at taking standardized tests than you are. It means all people have different ways of learning and getting through the world. It means numbers, Rick, are no measure of the worth of a human being. A test is a test. A person is a person. That’s what I’ve been saying all along, Rick. Are you ever going to get that?
No.
Sixth grade. Remember that summer, when we used to fish below the lower falls on the Menomonee River? Sure, the river was narrow and was only 35 miles long and smelled like a canal full of motor oil and piss on its brief way to Milwaukee and then into Lake Michigan, which, for us, was the same thing as the Atlantic Ocean, all that possibility out there on the watery horizon, all those shores to which, if we ever grew up, we could travel and maybe make a life there. We caught bluegills and chubs and suckers and the occasional largemouth bass, none of them big and none of them safe to eat because of the pollution in the river. We were good kids, too. We laughed about lots of things. We loved the Milwaukee Brewers, who didn’t win much back then. We loved the Green Bay Packers, who didn’t win much back then, either. We played drums in the Thomas Jefferson middle school band. We had lots of the same friends. We didn’t get in fights at school or cause serious trouble. We lived in a great little town and were very happy there and never disagreed about one thing. We wouldn’t trade that marvelous childhood for the world, right? Isn’t that how the story went?
I left Menomonee Falls after high school and went to college and worked in a factory for a long time and then went to graduate school in English and lived in lots of places around the country and read lots of books – novels, books on social theory, volumes of poetry, and so forth – and have lived a life of the mind, or at least it may seem that way to you. I have become – despite how many times your Facebook friends have suggested this makes me a blowhard – a member of the liberal educated elite. You went to college not far from Menomonee Falls and studied occupational therapy and lived for a short period in Chicago but then returned to Menomonee Falls, and because of the nature of your work and of your mind, you think about the world in a numerical sense, a businesslike sense, a way of solving society’s troubles not with the heart but with logical, fiscal answers to human problems. You have become – despite how many times my Facebook friends have suggested this makes you a person without feelings – a member of the conservative, educated middle class. You mean well. I mean well.
I can’t be you. You can’t be me.
But the nature of our disagreement lies in a notion neither of us seems willing to abandon: The idea that you have to become me, and I have to become you. Love, built on that model, will always fail.
Maybe now is a good time to patch things up. I could promise to do my best to respect your views and do everything in my powers for us, in our 49th year on this earth, to bury all enmity. But it’s not going to happen. I want to make a joke out of all that’s happened between us, too, and I’m trying the best I can to be funny about it. But it’s not funny.
How many hundreds of thousands of people in this country have come to this same place? How many people like us have had all positive connections between them destroyed?   Close friends from childhood or from college or from the workplace or immediate family or distant relatives or husbands and wives and neighbors and strangers – all of us fellow citizens of the same two-headed empire where both heads want to chop off the other.
We have become estranged from each other in legions. We dismiss people as freely as we pitch our Taco Bell bags into the trash. We rage and hate and loathe and fester and pick fun and bully and take constant offense and always refuse to concede that, just possibly, the other side may have a meritorious point. Can you see a way to fix this? Because I sure as hell can’t. Actually, I will almost certainly disagree with whatever you propose to fix this. So I take the question back. I want to take everything back, almost all the way to the beginning.
So last Tuesday, Obama won. I’m happy about that, I guess. I mean, I’m not as happy about it as you think I am or as happy as I’m going to seem on Facebook, where I will be doing high fives with all my liberal friends and driving with them by your imaginary Facebook house in an imaginary school bus, and we will pull down our imaginary britches and moon you and your family and shout, “How do you like that, Fleabagger! Fuck you! You lost!” That’s the Facebook way.
You are sad that Obama won, and as with me and my happiness, you may not really be as sad about it as you will present the matter on Facebook: how democracy as we know it is doomed and how America won’t last out the decade under this fraudulent system of government with its charlatan liberal leadership and lazy-ass writers like me asking for handouts just so we can keep playing with ourselves in the name of art.
Last Wednesday, clouds hung over Wisconsin. Occasional drizzle fell. People removed their yard signs. Nobody in public places seemed to lift their eyes toward the people they passed. Even on Facebook, the usual chatter on the feeds was subdued for a long, long time. I’m guessing everybody was up late watching the election, and the next day, no matter the outcome, maybe we all felt shame at the lengths we had gone to achieve an outcome.
A week later, the clouds still linger. Two great storms have ravaged the East Coast and ruined who knows how many people’s childhood memories. A sex scandal at the CIA has turned the public’s eye away from the larger, everyday horrors over which we argued during those 20 months leading up to the presidential election. Facebook is back to life in all its name-calling, angry-meme-disseminating, sharing-invective splendor. We carry on without shame there.
Elsewhere, our leaders, our politicians, carry on without shame, too, never bending, never deviating from the party line. Our lives seem to have no value but the ideas they may represent to the broader culture and how they may be packaged into something easily analyzed in a demographic, something that can be translated into our vote and into our money. Even our ideas, Rick, are most certainly not our own. We have read everything somewhere or have heard it somewhere. We’ve got nothing, really, except each other, and we hate each other.
I’m trying to chuckle now and think of something happy. I remember one time hanging out with you at the fishing hole next to the lower falls on the Menomonee River. This was a June morning in 1976, a couple of weeks before our nation’s Bicentennial, late in the morning, not a cloud in the sky, not the slightest puff of wind rushing through the riverbank willows. I had arrived there before you but hadn’t yet started fishing because I had heard the Bic Pen commercial with Harry Belafonte’s “Day-O” on TV when I was still at home in my Sears Husky pajamas. I liked that song on TV, and I really wanted to have some Bic Banana Markers, so I was standing next to the river singing “Come, mister tally man, tally me bananas. Bic Banana Markers for the office or home.”
You were standing there then, almost as if you had materialized from the remote corners of my imagination, and you said, “Yeah, I wanna get some of them, too.”
Who didn’t want some Bic Banana Markers? Who didn’t want to have friends?
We caught lots of fish that day. We were happy. You remember that? Was that love? Was that a nice thing about which we both can agree?
Probably not. I may never see you again, buddy, but I worry that when I do, it will be in hell. I hope there’s time, before we get there, to change our ways.
Your friend,
Mike Magnuson