6 surprising downsides of being extremely intelligent | Lifestyle | The Independent http://www.independent.co.uk/life-style/6-surprising-downsides-of-being-extremely-intelligent-a7155196.html
Tanto per chiarire / Just to make it clear
Più che un blog questo è un diario di appunti, dove spesso mi segno e rilancio articoli ed opinion interessanti trovate in giro per la rete.
Cerco sempre di citare e linkare correttamente la fonte originale. Se comunque trovaste roba vostra che volete che tolga o corregga, vi prego di segnalarmelo a Stef@cutillo.eu
This is a notebook -not really a blog- where I often relaunch interesting stuff I find roaming on the net.
I always try to link correctly the original sources. If anyway you find your stuff and want me to remove or correct it, please let me know at Stef@cutillo.eu
Questo blog, ovviamente, non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità e con molta poca coerenza. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 e seguenti.
This is just a silly legal note to state that this (SURPRISE! SURPRISE!) is not a newspaper or a news publication whatsoever.
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giovedì 28 luglio 2016
lunedì 28 dicembre 2015
Repubblica: Quei piccoli borghi antichi in via di estinzione
http://m.repubblica.it/mobile/r/sezioni/viaggi/2015/12/09/news/borghi_italiani_dimenticati_e_a_rischio-129076374/
ore 12.57 del 9 dicembre 2015
Quei piccoli borghi antichi in via di estinzione
di MICOL PASSARIELLO
ore 12.57 del 9 dicembre 2015
Da Civita di Bagnoregio nel Lazio a Bussana Vecchia di
Sanremo, dalla Castelluccio di Norcia della Fiorita a Morano Calabro.
C'è un'Italia che merita di essere vista... e alla svelta, perché
rischia di scomparire
12K
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Arroccati tra le rocce di un monte. Nascosti nella fitta
vegetazione di un bosco. Appollaiati in cima a una ripida scogliera.
Piccoli, antichi, semideserti: l'Italia è costellata di borghi in via
d'estinzione. Sono paesi che vanno scomparendo, abbandonati da secoli
perché afflitti da terremoti, carestie o semplicemente dal richiamo
della vita di città. Vivono sospesi nel tempo, abitati da poche anime ma
pieni di fascino, storia e arte.
A partire da Civita di Bagnoregio, all'estremo Nord della Tuscia laziale. Ci si arriva percorrendo un lungo ponte pedonale, perché il paese si trova in cima a un'altura di tufo bianco, e galleggia in mezzo a una valle come un'isola.

Da circa due secoli è abitata solo da una ventina di persone. Le case in pietra circondano la cattedrale, tra balconcini fioriti, vicoletti e arcate con vista sulla valle. A proposito di vista, offre un bel colpo d'occhio l'Hostaria del Ponte, affacciata sul dirupo: provate le ricette della zona, come la pasta acqua e farina.
Restando nel Lazio, a una settantina di chilometri dalla Capitale si trova Cervara di Roma, piccolo comune che segna la porta d'ingresso al Parco Naturale dei Monti Simbruini. Immerso nel verde delle faggete, è affacciato sulla Valle dell'Aniene e sui monti vicini: questo paese era meta prediletta di artisti e stranieri che vi si ritiravano per le sue bellezze naturali. Oggi offre una passeggiata vivace ricca di murales e sculture, tra abitazioni quattrocentesche e tortuose stradine, la caratteristica scalinata che costeggia la Chiesa di S. Maria in Ruvo, la Casa del Capitano, la Torre del Trecento e la chiesa di S. Stefano Protomartire, fino alla fortezza medievale in cima allo sperone, con una vista mozzafiato sulla valle.

All'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso, in Abruzzo, troviamo Santo Stefano di Sessanio, un piccolo borgo di origine medievale completamente costruito in pietra calcarea bianca, abitato da un centinaio di residenti, che oggi sta vivendo una seconda vita. Dopo essere stato terra della famiglia Medici, il borgo ha subito un lento ma inesorabile decadimento. Disabitato, lasciato morire sotto l'incuria del tempo e dell'abbandono, è rinato grazie all'idea di un imprenditore svedese che ne ha fatto uno splendido albergo diffuso. Niente è stato cambiato: ogni casa, strada e piazza è stata ristrutturata mantenendo il disegno originario. Si soggiorna nelle dimore d'epoca e si cena nella locanda, gustando piatti poveri della tradizione, come la zuppa di lenticchie servita con quadratini di pane fritto in olio di oliva.

Vicino a L'Aquila c'è Scanno, piccolo centro incastonato fra i Monti Marsicani e il Parco Nazionale d'Abruzzo. Tra le sue strade si trovano i resti di un'antica epoca d'oro: la corte del seicentesco Palazzo Tanturri de Horatio, fontane con stemmi nobiliari, la chiesetta di S. Maria di Costantinopoli con l'affresco della Madonna in trono, Porta della Croce, ricordo quattrocentesco dell'antica cinta muraria. Scanno offre una passeggiata ricca di arte e storie, tra palazzetti nobiliari e fontane barocche, arcate e vicoli incantati, botteghe di artigiani e locande d'antan dove assaggiare sagne e fagioli, maccheroni alla chitarra oppure i tipici cazzellitti con le foglie.
In Umbria è Castelluccio di Norcia, in provincia di Perugia, a sorprendere i visitatori con le sue atmosfere fuori dal tempo. Si trova a una mezzora da Norcia, appollaiato a 1452 metri d'altezza nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, in Valnerina. In un labirinto di stradine che salgono e scendono, si arriva al cuore del centro: attraversando la vecchia fortificazione cinquecentesca, di cui rimane solo un portale, ci si ritrova nella piazzetta della chiesa di S. Maria Assunta, del 1500. Anche la tradizione culinaria fa parte del suo patrimonio storico: accomodatevi alla Locanda Dè Senari o all'Antica Cascina Brandimarte e assaggiate le eccellenze del posto, dal tartufo nero alla lenticchia, i salumi e i prodotti della norcineria, i formaggi, miele, farro e altri cereali.

Vicino a Sanremo, poi, incontriamo Bussana Vecchia, una frazione sulle colline liguri abitata e dinamica fino a fine Ottocento, resa inagibile da una violenta scossa di terremoto nel 1887. Fino agli Sessanta è rimasta abbandonata. A salvarla è stata una comunità di artisti, che l'ha ristrutturata e trasformata in un villaggio creativo e bohemienne. Oggi è una meta turistica vibrante di storia e arte, con mostre di pittura, musica dal vivo, mercatini di artigianato tra i vicoli, letture e proiezioni. Fermatevi all'Osteria degli artisti, il locale più antico del borgo: dalla bella terrazza si gusta il panorama e le specialità della cucina locale.

Più a Nord, nell'Alto Monferrato, su uno sperone roccioso alla sinistra del fiume Orba sorge Rocca Grimalda (Alessandria). Il borgo si sviluppa intorno al maestoso Castello Grimaldi, del Duecento, caratterizzato da una torre circolare a cinque piani che domi- na l'ampia valle dell'Orba. Dagli anni novanta questo piccolo centro vive un periodo di rinascita e turismo, grazie al suo fascino decadente e agli ottimi vini locali, tra cui il Dolcetto di Ovada e il Barbera del Monferrato, che invitano a percorsi enogastronomici tra le tante cantine di zona.
Dalla parte opposta dello Stivale, scendendo in Basilicata, il piccolo borgo di Castelmezzano (Potenza) dà il benvenuto sulle Dolomiti Lucane. Disteso su una parete di guglie e rocce, ha conservato la struttura originaria medioevale. Le case, con i tetti in lastre di pietra arenaria, sono circondate da scale ripide che invitano ad arrampicarsi in cima al centro storico. Passeggiando tra i palazzi gentilizi del borgo sono da vedere Chiesa Madre di S. Maria, del XIII secolo, la Cappella di S. Maria, la chiesa rupestre della Madonna dell 'Ascensione scavata tra le rocce, i resti del fortilizio normanno-svevo e il cimitero prenapoleonico.
Quindi, Morano Calabro, alle pendici del Pollino, uno dei centri storici più suggestivi della Calabria. Le architetture medievali e rinascimentali si fondono alle bellezze della natura: la pietra degli archi, dei torrioni e delle case si mescola con i monti circostanti e crea una cartolina che ricorda un vecchio presepe con le casette con i tetti rossi e i vicoli stretti che salgono al castello. Molte le soste storiche: la Chiesa di S. Bernardino da Siena in stile tardo-gotico è un esempio di architettura monastica quattrocentesca, il Castello di origine normanna, l'antica Collegiata dei SS. Pietro e Paolo, e il Convento dei Cappuccini, con l'austero chiostro seicentesco. Per le viuzze del centro gli odori della cucina invitano a entrare nelle trattorie tipiche per una degustazione di prodotti e piatti locali, come i rascateddri, maccheroni con sugo di salsiccia e il tradizionale stoccu e pateni, stoccafisso con patate e peperoni secchi.
A partire da Civita di Bagnoregio, all'estremo Nord della Tuscia laziale. Ci si arriva percorrendo un lungo ponte pedonale, perché il paese si trova in cima a un'altura di tufo bianco, e galleggia in mezzo a una valle come un'isola.

Da circa due secoli è abitata solo da una ventina di persone. Le case in pietra circondano la cattedrale, tra balconcini fioriti, vicoletti e arcate con vista sulla valle. A proposito di vista, offre un bel colpo d'occhio l'Hostaria del Ponte, affacciata sul dirupo: provate le ricette della zona, come la pasta acqua e farina.
Restando nel Lazio, a una settantina di chilometri dalla Capitale si trova Cervara di Roma, piccolo comune che segna la porta d'ingresso al Parco Naturale dei Monti Simbruini. Immerso nel verde delle faggete, è affacciato sulla Valle dell'Aniene e sui monti vicini: questo paese era meta prediletta di artisti e stranieri che vi si ritiravano per le sue bellezze naturali. Oggi offre una passeggiata vivace ricca di murales e sculture, tra abitazioni quattrocentesche e tortuose stradine, la caratteristica scalinata che costeggia la Chiesa di S. Maria in Ruvo, la Casa del Capitano, la Torre del Trecento e la chiesa di S. Stefano Protomartire, fino alla fortezza medievale in cima allo sperone, con una vista mozzafiato sulla valle.

All'interno del Parco Nazionale del Gran Sasso, in Abruzzo, troviamo Santo Stefano di Sessanio, un piccolo borgo di origine medievale completamente costruito in pietra calcarea bianca, abitato da un centinaio di residenti, che oggi sta vivendo una seconda vita. Dopo essere stato terra della famiglia Medici, il borgo ha subito un lento ma inesorabile decadimento. Disabitato, lasciato morire sotto l'incuria del tempo e dell'abbandono, è rinato grazie all'idea di un imprenditore svedese che ne ha fatto uno splendido albergo diffuso. Niente è stato cambiato: ogni casa, strada e piazza è stata ristrutturata mantenendo il disegno originario. Si soggiorna nelle dimore d'epoca e si cena nella locanda, gustando piatti poveri della tradizione, come la zuppa di lenticchie servita con quadratini di pane fritto in olio di oliva.

Vicino a L'Aquila c'è Scanno, piccolo centro incastonato fra i Monti Marsicani e il Parco Nazionale d'Abruzzo. Tra le sue strade si trovano i resti di un'antica epoca d'oro: la corte del seicentesco Palazzo Tanturri de Horatio, fontane con stemmi nobiliari, la chiesetta di S. Maria di Costantinopoli con l'affresco della Madonna in trono, Porta della Croce, ricordo quattrocentesco dell'antica cinta muraria. Scanno offre una passeggiata ricca di arte e storie, tra palazzetti nobiliari e fontane barocche, arcate e vicoli incantati, botteghe di artigiani e locande d'antan dove assaggiare sagne e fagioli, maccheroni alla chitarra oppure i tipici cazzellitti con le foglie.
In Umbria è Castelluccio di Norcia, in provincia di Perugia, a sorprendere i visitatori con le sue atmosfere fuori dal tempo. Si trova a una mezzora da Norcia, appollaiato a 1452 metri d'altezza nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, in Valnerina. In un labirinto di stradine che salgono e scendono, si arriva al cuore del centro: attraversando la vecchia fortificazione cinquecentesca, di cui rimane solo un portale, ci si ritrova nella piazzetta della chiesa di S. Maria Assunta, del 1500. Anche la tradizione culinaria fa parte del suo patrimonio storico: accomodatevi alla Locanda Dè Senari o all'Antica Cascina Brandimarte e assaggiate le eccellenze del posto, dal tartufo nero alla lenticchia, i salumi e i prodotti della norcineria, i formaggi, miele, farro e altri cereali.

Vicino a Sanremo, poi, incontriamo Bussana Vecchia, una frazione sulle colline liguri abitata e dinamica fino a fine Ottocento, resa inagibile da una violenta scossa di terremoto nel 1887. Fino agli Sessanta è rimasta abbandonata. A salvarla è stata una comunità di artisti, che l'ha ristrutturata e trasformata in un villaggio creativo e bohemienne. Oggi è una meta turistica vibrante di storia e arte, con mostre di pittura, musica dal vivo, mercatini di artigianato tra i vicoli, letture e proiezioni. Fermatevi all'Osteria degli artisti, il locale più antico del borgo: dalla bella terrazza si gusta il panorama e le specialità della cucina locale.

Più a Nord, nell'Alto Monferrato, su uno sperone roccioso alla sinistra del fiume Orba sorge Rocca Grimalda (Alessandria). Il borgo si sviluppa intorno al maestoso Castello Grimaldi, del Duecento, caratterizzato da una torre circolare a cinque piani che domi- na l'ampia valle dell'Orba. Dagli anni novanta questo piccolo centro vive un periodo di rinascita e turismo, grazie al suo fascino decadente e agli ottimi vini locali, tra cui il Dolcetto di Ovada e il Barbera del Monferrato, che invitano a percorsi enogastronomici tra le tante cantine di zona.
Dalla parte opposta dello Stivale, scendendo in Basilicata, il piccolo borgo di Castelmezzano (Potenza) dà il benvenuto sulle Dolomiti Lucane. Disteso su una parete di guglie e rocce, ha conservato la struttura originaria medioevale. Le case, con i tetti in lastre di pietra arenaria, sono circondate da scale ripide che invitano ad arrampicarsi in cima al centro storico. Passeggiando tra i palazzi gentilizi del borgo sono da vedere Chiesa Madre di S. Maria, del XIII secolo, la Cappella di S. Maria, la chiesa rupestre della Madonna dell 'Ascensione scavata tra le rocce, i resti del fortilizio normanno-svevo e il cimitero prenapoleonico.
Quindi, Morano Calabro, alle pendici del Pollino, uno dei centri storici più suggestivi della Calabria. Le architetture medievali e rinascimentali si fondono alle bellezze della natura: la pietra degli archi, dei torrioni e delle case si mescola con i monti circostanti e crea una cartolina che ricorda un vecchio presepe con le casette con i tetti rossi e i vicoli stretti che salgono al castello. Molte le soste storiche: la Chiesa di S. Bernardino da Siena in stile tardo-gotico è un esempio di architettura monastica quattrocentesca, il Castello di origine normanna, l'antica Collegiata dei SS. Pietro e Paolo, e il Convento dei Cappuccini, con l'austero chiostro seicentesco. Per le viuzze del centro gli odori della cucina invitano a entrare nelle trattorie tipiche per una degustazione di prodotti e piatti locali, come i rascateddri, maccheroni con sugo di salsiccia e il tradizionale stoccu e pateni, stoccafisso con patate e peperoni secchi.
martedì 22 dicembre 2015
Un articolo de LinKiesta sui villaggi e luoghi abbandonati in Italia.
Articolo originale
(Nel testo anche il link al blog "Paesi fantasma")
4
Aprile
2015
-
08:45
Quando il 15 ottobre del 2000 il cuore di Teodora Lorenzo, detta zia Dorina, cessò di battere, il borgo di Roscigno vecchia, nell’entroterra salernitano, concluse la sua storia secolare. Con zia Dorina se ne andava l’ultima presenza umana del posto. Roscigno diventava un paese fantasma.
(Nel testo anche il link al blog "Paesi fantasma")
Nel Paese delle città fantasma
L’Istat ne ha censite 6mila. Sono posti dove non abita più nessuno e che rischiano di morire ancora
Quando il 15 ottobre del 2000 il cuore di Teodora Lorenzo, detta zia Dorina, cessò di battere, il borgo di Roscigno vecchia, nell’entroterra salernitano, concluse la sua storia secolare. Con zia Dorina se ne andava l’ultima presenza umana del posto. Roscigno diventava un paese fantasma.
Ignorata dai navigatori satellitari e dalla reti dei cellulari, c’è
un’Italia fatta di città, paesi e contrade come Roscigno. Senza più
abitanti, da Nord a Sud restano gli scheletri di un passato perduto tra
bassa natalità, emigrazione e spostamenti verso luoghi dove c’era più
lavoro. Frane, terremoti e alluvioni hanno fatto tutto il resto,
lasciando qua e là mucchi di case vuote. Solo d’estate si vede qualche proprietario che torna dalle città per prendere aria pura e togliere le ragnatele.
Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, i paesi fantasma in Italia sono circa un migliaio, se si escludono stazzi e alpeggi, altrimenti si sale a 6mila. In Spagna ce ne sono circa 4.500. Negli Stati Uniti se ne contano fino a 15mila. «Il termine ghost town è stato coniato dal giornalista svedese Jan-Olof Bengtsson durante una visita alla città di Varosha a Cipro», spiega Fabio Di Bitonto, geologo e fondatore del sito “Paesi fantasma”. «Sono posti che agli occhi del visitatore appaiono come fantasmi, figure sfocate di quello che erano prima». Tutto in queste cittadine è rimasto fermo, non si sente nessuna voce e non si incontra più nessuno.

(Roscigno)
Il giornalista napoletano Antonio Mocciola nel suo ultimo libro Le belle addormentate ha ritratto 82 delle città fantasma italiane, dall’Alto Adige alla Sicilia. Dopo dieci anni di viaggi in posti dimenticati da tutti, ha creato una sorta di guida per luoghi che nelle guide tradizionali non ci sono più, con tanto di foto e indicazioni per raggiungerli.
Ogni paese nasconde la propria storia, ma ogni zona d’Italia ha i suoi motivi di spopolamento. I vecchi alpeggi, ad esempio, sono stati abbandonati con il boom economico del secondo dopoguerra preferendo condizioni di vita migliori e più comode. Ci sono borghi abbandonati perché troppo isolati; altri perché distrutti da continui terremoti, frane e alluvioni; altri ancora spopolati dopo la morte di tutti gli abitanti. Come Galeria, alle porte di Roma, falcidiata da un’epidemia di malaria. Ci sono anche ragioni economiche, però: è il caso dei villaggi minerari in Sardegna, abbandonati dopo la chiusura delle attività estrattive, o della singolare storia di Consonno, ex borgo medievale raso al suolo per farne una Walt Disney della Brianza e poi di nuovo abbandonato a sé stesso.
«La causa principale dell’abbandono sono i disastri climatici e gli eventi naturali», racconta Antonio Mocciola. «Molti paesi sono stati abbandonati perché diventavano scomodi da vivere». Frane, smottamenti, terremoti rendevano il territorio inospitale e pericoloso. Lungo l’Appennino, che è «l’osso dell’Italia», in particolare tra Basilicata, Campania e Calabria, il terreno friabile ha isolato e continua a isolare intere comunità. «Fino agli anni Cinquanta le popolazioni hanno resistito», spiega Mocciola, «poi le tentazioni delle valli, le maggiori offerte di lavoro e gli scali ferroviari hanno portato le persone a spostarsi». Finché non è rimasto più nessuno. E in molti di questi paesi oggi non potrebbe vivere più nessuno perché pericolanti o isolati dalle frane di un territorio in grave dissesto idrogeologico. È il caso di Cavallerizzo di Cerzeto, o di Oriolo, al confine tra Calabria e Basilicata, che ancora oggi continuano a venire giù come castelli di sabbia. Altri paesi sono difficilmente raggiungibili, costruiti in cima a una rupe o in fondo a un precipizio per non essere attaccati dai nemici. E che sono ancora inaccessibili ai più, mantenendo fede all’obiettivo iniziale.
L’emblema delle città abbandonate italiane è Civita di Bagnoregio, appoggiata da secoli su un colle di tufo, chiamata “la città che muore”. Per ogni frana (frequente), Civita perde un pezzo, restringendosi ogni giorno di più, cercando di sopravvivere abbarbicata a quel tufo. A collegarla con il resto del mondo, un ponte sospeso percorribile solo a piedi. Mai nessuna macchina ha varcato i confini del paese.
Sono luoghi che appartengono a un’altra geografia. Come Castiglioncello di Firenzuola, un paese abbandonato da tutti tanto da non essere collocato in nessuna regione, né in Emilia Romagna né in Toscana. Spesso non si trovano neanche sulle cartine geografiche, come Buonanotte, che pure Benedetto Croce aveva descritto come uno dei luoghi più nascosti d’Abruzzo. Qualcuno di questi paesi è anche in vendita, come l’isola di Poveglia, nella laguna di Venezia, adibita prima a lazzaretto per gli appestati e poi a manicomio durante il fascismo.

(Castiglioncello di Firenzuola)
Molto hanno fatto anche i collegamenti mancanti. Strade statali asfaltate che aggirano i paesi anziché collegarli, linee ferroviarie minori tagliate a favore di investimenti sulle linee principali e più remunerative «hanno causato trasferimenti forzati», dice Mocciola. Per raggiungere le città fantasma bisogna percorrere strade di ciottoli e sassi appuntiti, superare ponti stretti a picco nel vuoto o arrancare lungo scale ripidissime. Come i “2.886 gradini verso il cielo” che separano da Savogno, in Valtellina, dove ormai da decenni non vive più nessuno. «Chi abitava lì era abituato a percorrere tutti questi gradini», dice Mocciola, «oggi non lo siamo più».
E a volte anziché risanare i vecchi centri storici si è preferito costruire nuove città non troppo distante, spesso generando veri e propri scempi. «È quello che è successo a Matera, prima della riscoperta dei sassi, dove le amministrazioni locali hanno costruito una “finta Matera” a pochi chilometri dal centro, addirittura cercando di ricreare i sassi, senza tuttavia riuscirci». O nei paesi terremotati dell’Irpinia, dove anziché recuperare si è preferito radere al suolo per poi ricostruire. Lasciando in vita solo qualche chiesa, come ruderi inventati da tenere a distanza.
Molti dei paesi fantasma vivono spesso accanto alle proprie new town, come sorelle maggiori più brutte con le quali da anni non si rivolgono la parola. Frattura, in Abruzzo, che già nel nome porta la divisione tra vecchio e nuovo. Sotto, gli abusi edilizi degli anni Settanta e qualche pacchiano ristorante di pesce, sopra, in alto, il borgo abbandonato dopo il terremoto che devastò la Marsica nel 1915.
Negli ultimi anni qualche imprenditore straniero si è innamorato delle città fantasma italiane. Uno di questi è lo svedese Daniel Kihlgren che si è messo in testa di far rivivere Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, acquistandone una parte e realizzando un “albergo diffuso” nelle case prima abbandonate. E lo stesso progetto è in corso nella vicina Buonanotte, dove un re di passaggio con corte e scudieri trovò rifugio in una notte di vento e bufera chiamandola Malanoctem, salvo poi cambiare umore il giorno dopo. E anche il nome.
«Un’altra soluzione per far rivivere questi borghi potrebbe essere quella di aprirli agli immigrati che hanno bisogno di un posto in cui stare», dice Antonio Mocciola. E qualche esempio già esiste in Calabria, dove i profughi di ogni parte del mondo stanno facendo rivivere borghi poco abitati come Riace, Acquaformosa e Caulonia, da cui i giovani fuggono verso il Nord Italia alla ricerca di un lavoro. «È già accaduto nel Cinquecento, quando le popolazioni arbëreshë hanno fatto rifiorire paesi morti, che tutt’oggi mantengono le tradizioni albanesi».

(Santo Stefano di Sessanio)
Alcuni posti, come Galeria, alle porte di Roma, sono diventati la location per giochi di ruolo in costumi medievali. Altri, come Casacca, sono centri di ritrovo ideale per messe nere e riti satanici. La leggenda vuole che a Casacca un bambino venne murato vivo perché frutto di un’unione proibita tra un prete e una suora. Una maledizione che ha perseguitato i suoi abitanti tanto da accelerare l’abbandono del paese, fomentando così la fama di paese nero e maledetto.
Molti di questi paesi hanno storie romantiche e crudeli che sembrano uscite dalle pagine di un libro di fantasia. A Reneuzzi, ad esempio, il giovane Davide Bellomo non sopportava l’idea di perdere la ragazza che amava. Pazzo d’amore, di rabbia e di solitudine, portò la sua amata nel bosco e la uccise a colpi di roncola e poi si suicidò con la stessa arma. Il borgo era troppo piccolo e debole per sopportare quel dolore. I fantasmi dei due giovani convinsero gli ultimi pochi abitanti a scendere a valle, lasciando Reneuzzi al suo destino. Era il 1961, l’Italia era in pieno boom economico mentre un paese di spegneva. Qualche anno dopo Dario Argento avrebbe girato lì una scena di Profondo Rosso.
Tra le pieghe delle Alpi, invece, a Moggessa di qua e Moggessa di là, che non è una filastrocca ma il nome di un paesino friulano, si nasconde il segreto dei santuari à repit, del respiro, dove le madri portavano i neonati morti subito dopo il parto per cercare di salvarli. A Triora, in Liguria, torturavano le streghe accusate della morìa del bestiame. Ca’ Scapini, nell’appennino parmense, nasconde invece la vergogna di sette bambini forse malati lasciati a morire nel secondo dopoguerra tra le case abbandonate.
«Sono posti pieni di vita», dice Antonio Mocciola, «perché c’è la storia, che si sente mentre si passeggia nelle loro strade». Strade dove i navigatori satellitari non potranno guidarci. «Per trovarli bisogna usare ancora la parola, fermandosi a chiedere a qualcuno, una mappa o anche solo l’intuito. Al massimo ti perdi». Le intemperie del tempo e l’incuria, però, rischiano di risucchiarli per sempre nell’indifferenza generale. «Serve un piano di recupero e conservazione», dice Mocciola. «Un piano di riscoperta dell’Italia interna che oggi è solo l’ultima chance quando si decide dove passare un week end. Eppure le belle addormentate sono solo a poche curve da casa nostra».
Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, i paesi fantasma in Italia sono circa un migliaio, se si escludono stazzi e alpeggi, altrimenti si sale a 6mila. In Spagna ce ne sono circa 4.500. Negli Stati Uniti se ne contano fino a 15mila. «Il termine ghost town è stato coniato dal giornalista svedese Jan-Olof Bengtsson durante una visita alla città di Varosha a Cipro», spiega Fabio Di Bitonto, geologo e fondatore del sito “Paesi fantasma”. «Sono posti che agli occhi del visitatore appaiono come fantasmi, figure sfocate di quello che erano prima». Tutto in queste cittadine è rimasto fermo, non si sente nessuna voce e non si incontra più nessuno.
(Roscigno)
Il giornalista napoletano Antonio Mocciola nel suo ultimo libro Le belle addormentate ha ritratto 82 delle città fantasma italiane, dall’Alto Adige alla Sicilia. Dopo dieci anni di viaggi in posti dimenticati da tutti, ha creato una sorta di guida per luoghi che nelle guide tradizionali non ci sono più, con tanto di foto e indicazioni per raggiungerli.
Ogni paese nasconde la propria storia, ma ogni zona d’Italia ha i suoi motivi di spopolamento. I vecchi alpeggi, ad esempio, sono stati abbandonati con il boom economico del secondo dopoguerra preferendo condizioni di vita migliori e più comode. Ci sono borghi abbandonati perché troppo isolati; altri perché distrutti da continui terremoti, frane e alluvioni; altri ancora spopolati dopo la morte di tutti gli abitanti. Come Galeria, alle porte di Roma, falcidiata da un’epidemia di malaria. Ci sono anche ragioni economiche, però: è il caso dei villaggi minerari in Sardegna, abbandonati dopo la chiusura delle attività estrattive, o della singolare storia di Consonno, ex borgo medievale raso al suolo per farne una Walt Disney della Brianza e poi di nuovo abbandonato a sé stesso.
«La causa principale dell’abbandono sono i disastri climatici e gli eventi naturali», racconta Antonio Mocciola. «Molti paesi sono stati abbandonati perché diventavano scomodi da vivere». Frane, smottamenti, terremoti rendevano il territorio inospitale e pericoloso. Lungo l’Appennino, che è «l’osso dell’Italia», in particolare tra Basilicata, Campania e Calabria, il terreno friabile ha isolato e continua a isolare intere comunità. «Fino agli anni Cinquanta le popolazioni hanno resistito», spiega Mocciola, «poi le tentazioni delle valli, le maggiori offerte di lavoro e gli scali ferroviari hanno portato le persone a spostarsi». Finché non è rimasto più nessuno. E in molti di questi paesi oggi non potrebbe vivere più nessuno perché pericolanti o isolati dalle frane di un territorio in grave dissesto idrogeologico. È il caso di Cavallerizzo di Cerzeto, o di Oriolo, al confine tra Calabria e Basilicata, che ancora oggi continuano a venire giù come castelli di sabbia. Altri paesi sono difficilmente raggiungibili, costruiti in cima a una rupe o in fondo a un precipizio per non essere attaccati dai nemici. E che sono ancora inaccessibili ai più, mantenendo fede all’obiettivo iniziale.
L’emblema delle città abbandonate italiane è Civita di Bagnoregio, appoggiata da secoli su un colle di tufo, chiamata “la città che muore”. Per ogni frana (frequente), Civita perde un pezzo, restringendosi ogni giorno di più, cercando di sopravvivere abbarbicata a quel tufo. A collegarla con il resto del mondo, un ponte sospeso percorribile solo a piedi. Mai nessuna macchina ha varcato i confini del paese.
Sono luoghi che appartengono a un’altra geografia. Come Castiglioncello di Firenzuola, un paese abbandonato da tutti tanto da non essere collocato in nessuna regione, né in Emilia Romagna né in Toscana. Spesso non si trovano neanche sulle cartine geografiche, come Buonanotte, che pure Benedetto Croce aveva descritto come uno dei luoghi più nascosti d’Abruzzo. Qualcuno di questi paesi è anche in vendita, come l’isola di Poveglia, nella laguna di Venezia, adibita prima a lazzaretto per gli appestati e poi a manicomio durante il fascismo.
(Castiglioncello di Firenzuola)
Molto hanno fatto anche i collegamenti mancanti. Strade statali asfaltate che aggirano i paesi anziché collegarli, linee ferroviarie minori tagliate a favore di investimenti sulle linee principali e più remunerative «hanno causato trasferimenti forzati», dice Mocciola. Per raggiungere le città fantasma bisogna percorrere strade di ciottoli e sassi appuntiti, superare ponti stretti a picco nel vuoto o arrancare lungo scale ripidissime. Come i “2.886 gradini verso il cielo” che separano da Savogno, in Valtellina, dove ormai da decenni non vive più nessuno. «Chi abitava lì era abituato a percorrere tutti questi gradini», dice Mocciola, «oggi non lo siamo più».
E a volte anziché risanare i vecchi centri storici si è preferito costruire nuove città non troppo distante, spesso generando veri e propri scempi. «È quello che è successo a Matera, prima della riscoperta dei sassi, dove le amministrazioni locali hanno costruito una “finta Matera” a pochi chilometri dal centro, addirittura cercando di ricreare i sassi, senza tuttavia riuscirci». O nei paesi terremotati dell’Irpinia, dove anziché recuperare si è preferito radere al suolo per poi ricostruire. Lasciando in vita solo qualche chiesa, come ruderi inventati da tenere a distanza.
Molti dei paesi fantasma vivono spesso accanto alle proprie new town, come sorelle maggiori più brutte con le quali da anni non si rivolgono la parola. Frattura, in Abruzzo, che già nel nome porta la divisione tra vecchio e nuovo. Sotto, gli abusi edilizi degli anni Settanta e qualche pacchiano ristorante di pesce, sopra, in alto, il borgo abbandonato dopo il terremoto che devastò la Marsica nel 1915.
Negli ultimi anni qualche imprenditore straniero si è innamorato delle città fantasma italiane. Uno di questi è lo svedese Daniel Kihlgren che si è messo in testa di far rivivere Santo Stefano di Sessanio, in Abruzzo, acquistandone una parte e realizzando un “albergo diffuso” nelle case prima abbandonate. E lo stesso progetto è in corso nella vicina Buonanotte, dove un re di passaggio con corte e scudieri trovò rifugio in una notte di vento e bufera chiamandola Malanoctem, salvo poi cambiare umore il giorno dopo. E anche il nome.
«Un’altra soluzione per far rivivere questi borghi potrebbe essere quella di aprirli agli immigrati che hanno bisogno di un posto in cui stare», dice Antonio Mocciola. E qualche esempio già esiste in Calabria, dove i profughi di ogni parte del mondo stanno facendo rivivere borghi poco abitati come Riace, Acquaformosa e Caulonia, da cui i giovani fuggono verso il Nord Italia alla ricerca di un lavoro. «È già accaduto nel Cinquecento, quando le popolazioni arbëreshë hanno fatto rifiorire paesi morti, che tutt’oggi mantengono le tradizioni albanesi».
(Santo Stefano di Sessanio)
Alcuni posti, come Galeria, alle porte di Roma, sono diventati la location per giochi di ruolo in costumi medievali. Altri, come Casacca, sono centri di ritrovo ideale per messe nere e riti satanici. La leggenda vuole che a Casacca un bambino venne murato vivo perché frutto di un’unione proibita tra un prete e una suora. Una maledizione che ha perseguitato i suoi abitanti tanto da accelerare l’abbandono del paese, fomentando così la fama di paese nero e maledetto.
Molti di questi paesi hanno storie romantiche e crudeli che sembrano uscite dalle pagine di un libro di fantasia. A Reneuzzi, ad esempio, il giovane Davide Bellomo non sopportava l’idea di perdere la ragazza che amava. Pazzo d’amore, di rabbia e di solitudine, portò la sua amata nel bosco e la uccise a colpi di roncola e poi si suicidò con la stessa arma. Il borgo era troppo piccolo e debole per sopportare quel dolore. I fantasmi dei due giovani convinsero gli ultimi pochi abitanti a scendere a valle, lasciando Reneuzzi al suo destino. Era il 1961, l’Italia era in pieno boom economico mentre un paese di spegneva. Qualche anno dopo Dario Argento avrebbe girato lì una scena di Profondo Rosso.
Tra le pieghe delle Alpi, invece, a Moggessa di qua e Moggessa di là, che non è una filastrocca ma il nome di un paesino friulano, si nasconde il segreto dei santuari à repit, del respiro, dove le madri portavano i neonati morti subito dopo il parto per cercare di salvarli. A Triora, in Liguria, torturavano le streghe accusate della morìa del bestiame. Ca’ Scapini, nell’appennino parmense, nasconde invece la vergogna di sette bambini forse malati lasciati a morire nel secondo dopoguerra tra le case abbandonate.
«Sono posti pieni di vita», dice Antonio Mocciola, «perché c’è la storia, che si sente mentre si passeggia nelle loro strade». Strade dove i navigatori satellitari non potranno guidarci. «Per trovarli bisogna usare ancora la parola, fermandosi a chiedere a qualcuno, una mappa o anche solo l’intuito. Al massimo ti perdi». Le intemperie del tempo e l’incuria, però, rischiano di risucchiarli per sempre nell’indifferenza generale. «Serve un piano di recupero e conservazione», dice Mocciola. «Un piano di riscoperta dell’Italia interna che oggi è solo l’ultima chance quando si decide dove passare un week end. Eppure le belle addormentate sono solo a poche curve da casa nostra».
lunedì 21 dicembre 2015
Ariston me funai
« Non nascere, ecco la cosa migliore, e se si nasce, tornare presto là da dove si è giunti.
Quando passa la giovinezza con le sue lievi follie, quale pena mai manca?
Invidie, lotte, battaglie, contese, sangue, e infine, spregiata e odiosa a tutti, la vecchiaia »
(Sofocle, Edipo a Colono, vv. 1224-1237)
giovedì 26 novembre 2015
La deresponsabilizzazione della politica
"Ragazzi cresciuti in Occidente tra risentimento ed esclusione sognano così comunità descritte come paradisiache in cui poter addestrarsi all’insegna di uno spirito comunitario, per poi ritornare a colpire quelle società che per anni li hanno isolati.
La religione è indubbiamente il collante che permette di costruire reti e di risvegliare dall’apatia quell’insoddisfazione che non ha mai trovato collocazione all’interno di una dialettica politica, se non per scontrarsi con logiche paternalistiche o securitarie.Posizionare il fulcro del dibattito nel campo della religione rischia però di alimentare ulteriormente l’incisività dei predicatori perché distoglie l’attenzione dall’origine del corto circuito: l’assenza di riferimenti e risposte sul piano politico (welfare) che, invece, sterilizzerebbero il terreno su cui oggi investono i canali di Daesh."
domenica 8 novembre 2015
Sullo storytelling
Un interessante punto di vista:
http://www.valigiablu.it/contro-lo-storytelling/
E il punto di vista opposto:
http://www.valigiablu.it/rinunciare-allo-storytelling-sarebbe-un-regalo-ai-potenti/
http://www.valigiablu.it/contro-lo-storytelling/
E il punto di vista opposto:
http://www.valigiablu.it/rinunciare-allo-storytelling-sarebbe-un-regalo-ai-potenti/
martedì 3 novembre 2015
Fuck hope!
http://www.filmsforaction.org/articles/give-up-hope-its-the-best-chance-we-have-to-save-everything-we-love/
By Derrick Jensen / orionmagazine.org
The most common words I hear spoken by any environmentalists anywhere are, We’re fucked.
Most of these environmentalists are fighting desperately, using whatever tools they have — or rather whatever legal tools they have, which means whatever tools those in power grant them the right to use, which means whatever tools will be ultimately ineffective — to try to protect some piece of ground, to try to stop the manufacture or release of poisons, to try to stop civilized humans from tormenting some group of plants or animals. Sometimes they’re reduced to trying to protect just one tree.
Here’s how John Osborn, an extraordinary activist and friend, sums up his reasons for doing the work: “As things become increasingly chaotic, I want to make sure some doors remain open. If grizzly bears are still alive in twenty, thirty, and forty years, they may still be alive in fifty. If they’re gone in twenty, they’ll be gone forever.”
But no matter what environmentalists do, our best efforts are insufficient. We’re losing badly, on every front. Those in power are hell-bent on destroying the planet, and most people don’t care.
Frankly, I don’t have much hope. But I think that’s a good thing. Hope is what keeps us chained to the system, the conglomerate of people and ideas and ideals that is causing the destruction of the Earth.
To start, there is the false hope that suddenly somehow the system may inexplicably change. Or technology will save us. Or the Great Mother. Or beings from Alpha Centauri. Or Jesus Christ. Or Santa Claus. All of these false hopes lead to inaction, or at least to ineffectiveness. One reason my mother stayed with my abusive father was that there were no battered women’s shelters in the ’50s and ’60s, but another was her false hope that he would change. False hopes bind us to unlivable situations, and blind us to real possibilities.
Does anyone really believe that Weyerhaeuser is going to stop deforesting because we ask nicely? Does anyone really believe that Monsanto will stop Monsantoing because we ask nicely? If only we get a Democrat in the White House, things will be okay. If only we pass this or that piece of legislation, things will be okay. If only we defeat this or that piece of legislation, things will be okay. Nonsense. Things will not be okay. They are already not okay, and they’re getting worse. Rapidly.
But it isn’t only false hopes that keep those who go along enchained. It is hope itself. Hope, we are told, is our beacon in the dark. It is our light at the end of a long, dark tunnel. It is the beam of light that makes its way into our prison cells. It is our reason for persevering, our protection against despair (which must be avoided at all costs). How can we continue if we do not have hope?
We’ve all been taught that hope in some future condition — like hope in some future heaven — is and must be our refuge in current sorrow. I’m sure you remember the story of Pandora. She was given a tightly sealed box and was told never to open it. But, being curious, she did, and out flew plagues, sorrow, and mischief, probably not in that order. Too late she clamped down the lid. Only one thing remained in the box: hope. Hope, the story goes, was the only good the casket held among many evils, and it remains to this day mankind’s sole comfort in misfortune. No mention here of action being a comfort in misfortune, or of actually doing something to alleviate or eliminate one’s misfortune.
The more I understand hope, the more I realize that all along it deserved to be in the box with the plagues, sorrow, and mischief; that it serves the needs of those in power as surely as belief in a distant heaven; that hope is really nothing more than a secular way of keeping us in line.
Hope is, in fact, a curse, a bane. I say this not only because of the lovely Buddhist saying “Hope and fear chase each other’s tails,” not only because hope leads us away from the present, away from who and where we are right now and toward some imaginary future state. I say this because of what hope is.
More or less all of us yammer on more or less endlessly about hope. You wouldn’t believe — or maybe you would — how many magazine editors have asked me to write about the apocalypse, then enjoined me to leave readers with a sense of hope. But what, precisely, is hope? At a talk I gave last spring, someone asked me to define it. I turned the question back on the audience, and here’s the definition we all came up with: hope is a longing for a future condition over which you have no agency; it means you are essentially powerless.
I’m not, for example, going to say I hope I eat something tomorrow. I just will. I don’t hope I take another breath right now, nor that I finish writing this sentence. I just do them. On the other hand, I do hope that the next time I get on a plane, it doesn’t crash. To hope for some result means you have given up any agency concerning it. Many people say they hope the dominant culture stops destroying the world. By saying that, they’ve assumed that the destruction will continue, at least in the short term, and they’ve stepped away from their own ability to participate in stopping it.
I do not hope coho salmon survive. I will do whatever it takes to make sure the dominant culture doesn’t drive them extinct. If coho want to leave us because they don’t like how they’re being treated — and who could blame them? — I will say goodbye, and I will miss them, but if they do not want to leave, I will not allow civilization to kill them off.
When we realize the degree of agency we actually do have, we no longer have to “hope” at all. We simply do the work. We make sure salmon survive. We make sure prairie dogs survive. We make sure grizzlies survive. We do whatever it takes.
When we stop hoping for external assistance, when we stop hoping that the awful situation we’re in will somehow resolve itself, when we stop hoping the situation will somehow not get worse, then we are finally free — truly free — to honestly start working to resolve it. I would say that when hope dies, action begins.
PEOPLE SOMETIMES ASK ME, “If things are so bad, why don’t you just kill yourself?” The answer is that life is really, really good. I am a complex enough being that I can hold in my heart the understanding that we are really, really fucked, and at the same time that life is really, really good. I am full of rage, sorrow, joy, love, hate, despair, happiness, satisfaction, dissatisfaction, and a thousand other feelings. We are really fucked. Life is still really good.
Many people are afraid to feel despair. They fear that if they allow themselves to perceive how desperate our situation really is, they must then be perpetually miserable. They forget that it is possible to feel many things at once. They also forget that despair is an entirely appropriate response to a desperate situation. Many people probably also fear that if they allow themselves to perceive how desperate things are, they may be forced to do something about it.
Another question people sometimes ask me is, “If things are so bad, why don’t you just party?” Well, the first answer is that I don’t really like to party. The second is that I’m already having a great deal of fun. I love my life. I love life. This is true for most activists I know. We are doing what we love, fighting for what (and whom) we love.
I have no patience for those who use our desperate situation as an excuse for inaction. I’ve learned that if you deprive most of these people of that particular excuse they just find another, then another, then another. The use of this excuse to justify inaction — the use of any excuse to justify inaction — reveals nothing more nor less than an incapacity to love.
At one of my recent talks someone stood up during the Q and A and announced that the only reason people ever become activists is to feel better about themselves. Effectiveness really doesn’t matter, he said, and it’s egotistical to think it does.
I told him I disagreed.
Doesn’t activism make you feel good? he asked.
Of course, I said, but that’s not why I do it. If I only want to feel good, I can just masturbate. But I want to accomplish something in the real world.
Why?
Because I’m in love. With salmon, with trees outside my window, with baby lampreys living in sandy streambottoms, with slender salamanders crawling through the duff. And if you love, you act to defend your beloved. Of course results matter to you, but they don’t determine whether or not you make the effort. You don’t simply hope your beloved survives and thrives. You do what it takes. If my love doesn’t cause me to protect those I love, it’s not love.
A WONDERFUL THING happens when you give up on hope, which is that you realize you never needed it in the first place. You realize that giving up on hope didn’t kill you. It didn’t even make you less effective. In fact it made you more effective, because you ceased relying on someone or something else to solve your problems — you ceased hoping your problems would somehow get solved through the magical assistance of God, the Great Mother, the Sierra Club, valiant tree-sitters, brave salmon, or even the Earth itself — and you just began doing whatever it takes to solve those problems yourself.
When you give up on hope, something even better happens than it not killing you, which is that in some sense it does kill you. You die. And there’s a wonderful thing about being dead, which is that they — those in power — cannot really touch you anymore. Not through promises, not through threats, not through violence itself. Once you’re dead in this way, you can still sing, you can still dance, you can still make love, you can still fight like hell — you can still live because you are still alive, more alive in fact than ever before. You come to realize that when hope died, the you who died with the hope was not you, but was the you who depended on those who exploit you, the you who believed that those who exploit you will somehow stop on their own, the you who believed in the mythologies propagated by those who exploit you in order to facilitate that exploitation. The socially constructed you died. The civilized you died. The manufactured, fabricated, stamped, molded you died. The victim died.
And who is left when that you dies? You are left. Animal you. Naked you. Vulnerable (and invulnerable) you. Mortal you. Survivor you. The you who thinks not what the culture taught you to think but what you think. The you who feels not what the culture taught you to feel but what you feel. The you who is not who the culture taught you to be but who you are. The you who can say yes, the you who can say no. The you who is a part of the land where you live. The you who will fight (or not) to defend your family. The you who will fight (or not) to defend those you love. The you who will fight (or not) to defend the land upon which your life and the lives of those you love depends. The you whose morality is not based on what you have been taught by the culture that is killing the planet, killing you, but on your own animal feelings of love and connection to your family, your friends, your landbase — not to your family as self-identified civilized beings but as animals who require a landbase, animals who are being killed by chemicals, animals who have been formed and deformed to fit the needs of the culture.
When you give up on hope — when you are dead in this way, and by so being are really alive — you make yourself no longer vulnerable to the cooption of rationality and fear that Nazis inflicted on Jews and others, that abusers like my father inflict on their victims, that the dominant culture inflicts on all of us. Or is it rather the case that these exploiters frame physical, social, and emotional circumstances such that victims perceive themselves as having no choice but to inflict this cooption on themselves?
But when you give up on hope, this exploiter/victim relationship is broken. You become like the Jews who participated in the Warsaw Ghetto Uprising.
When you give up on hope, you turn away from fear.
And when you quit relying on hope, and instead begin to protect the people, things, and places you love, you become very dangerous indeed to those in power.
In case you’re wondering, that’s a very good thing.
Give Up Hope: It's The Best Chance We Have to Save Everything We Love
By Derrick Jensen / orionmagazine.org
The most common words I hear spoken by any environmentalists anywhere are, We’re fucked.
Most of these environmentalists are fighting desperately, using whatever tools they have — or rather whatever legal tools they have, which means whatever tools those in power grant them the right to use, which means whatever tools will be ultimately ineffective — to try to protect some piece of ground, to try to stop the manufacture or release of poisons, to try to stop civilized humans from tormenting some group of plants or animals. Sometimes they’re reduced to trying to protect just one tree.
Here’s how John Osborn, an extraordinary activist and friend, sums up his reasons for doing the work: “As things become increasingly chaotic, I want to make sure some doors remain open. If grizzly bears are still alive in twenty, thirty, and forty years, they may still be alive in fifty. If they’re gone in twenty, they’ll be gone forever.”
But no matter what environmentalists do, our best efforts are insufficient. We’re losing badly, on every front. Those in power are hell-bent on destroying the planet, and most people don’t care.
Frankly, I don’t have much hope. But I think that’s a good thing. Hope is what keeps us chained to the system, the conglomerate of people and ideas and ideals that is causing the destruction of the Earth.
To start, there is the false hope that suddenly somehow the system may inexplicably change. Or technology will save us. Or the Great Mother. Or beings from Alpha Centauri. Or Jesus Christ. Or Santa Claus. All of these false hopes lead to inaction, or at least to ineffectiveness. One reason my mother stayed with my abusive father was that there were no battered women’s shelters in the ’50s and ’60s, but another was her false hope that he would change. False hopes bind us to unlivable situations, and blind us to real possibilities.
Does anyone really believe that Weyerhaeuser is going to stop deforesting because we ask nicely? Does anyone really believe that Monsanto will stop Monsantoing because we ask nicely? If only we get a Democrat in the White House, things will be okay. If only we pass this or that piece of legislation, things will be okay. If only we defeat this or that piece of legislation, things will be okay. Nonsense. Things will not be okay. They are already not okay, and they’re getting worse. Rapidly.
But it isn’t only false hopes that keep those who go along enchained. It is hope itself. Hope, we are told, is our beacon in the dark. It is our light at the end of a long, dark tunnel. It is the beam of light that makes its way into our prison cells. It is our reason for persevering, our protection against despair (which must be avoided at all costs). How can we continue if we do not have hope?
We’ve all been taught that hope in some future condition — like hope in some future heaven — is and must be our refuge in current sorrow. I’m sure you remember the story of Pandora. She was given a tightly sealed box and was told never to open it. But, being curious, she did, and out flew plagues, sorrow, and mischief, probably not in that order. Too late she clamped down the lid. Only one thing remained in the box: hope. Hope, the story goes, was the only good the casket held among many evils, and it remains to this day mankind’s sole comfort in misfortune. No mention here of action being a comfort in misfortune, or of actually doing something to alleviate or eliminate one’s misfortune.
The more I understand hope, the more I realize that all along it deserved to be in the box with the plagues, sorrow, and mischief; that it serves the needs of those in power as surely as belief in a distant heaven; that hope is really nothing more than a secular way of keeping us in line.
Hope is, in fact, a curse, a bane. I say this not only because of the lovely Buddhist saying “Hope and fear chase each other’s tails,” not only because hope leads us away from the present, away from who and where we are right now and toward some imaginary future state. I say this because of what hope is.
More or less all of us yammer on more or less endlessly about hope. You wouldn’t believe — or maybe you would — how many magazine editors have asked me to write about the apocalypse, then enjoined me to leave readers with a sense of hope. But what, precisely, is hope? At a talk I gave last spring, someone asked me to define it. I turned the question back on the audience, and here’s the definition we all came up with: hope is a longing for a future condition over which you have no agency; it means you are essentially powerless.
I’m not, for example, going to say I hope I eat something tomorrow. I just will. I don’t hope I take another breath right now, nor that I finish writing this sentence. I just do them. On the other hand, I do hope that the next time I get on a plane, it doesn’t crash. To hope for some result means you have given up any agency concerning it. Many people say they hope the dominant culture stops destroying the world. By saying that, they’ve assumed that the destruction will continue, at least in the short term, and they’ve stepped away from their own ability to participate in stopping it.
I do not hope coho salmon survive. I will do whatever it takes to make sure the dominant culture doesn’t drive them extinct. If coho want to leave us because they don’t like how they’re being treated — and who could blame them? — I will say goodbye, and I will miss them, but if they do not want to leave, I will not allow civilization to kill them off.
When we realize the degree of agency we actually do have, we no longer have to “hope” at all. We simply do the work. We make sure salmon survive. We make sure prairie dogs survive. We make sure grizzlies survive. We do whatever it takes.
When we stop hoping for external assistance, when we stop hoping that the awful situation we’re in will somehow resolve itself, when we stop hoping the situation will somehow not get worse, then we are finally free — truly free — to honestly start working to resolve it. I would say that when hope dies, action begins.
PEOPLE SOMETIMES ASK ME, “If things are so bad, why don’t you just kill yourself?” The answer is that life is really, really good. I am a complex enough being that I can hold in my heart the understanding that we are really, really fucked, and at the same time that life is really, really good. I am full of rage, sorrow, joy, love, hate, despair, happiness, satisfaction, dissatisfaction, and a thousand other feelings. We are really fucked. Life is still really good.
Many people are afraid to feel despair. They fear that if they allow themselves to perceive how desperate our situation really is, they must then be perpetually miserable. They forget that it is possible to feel many things at once. They also forget that despair is an entirely appropriate response to a desperate situation. Many people probably also fear that if they allow themselves to perceive how desperate things are, they may be forced to do something about it.
Another question people sometimes ask me is, “If things are so bad, why don’t you just party?” Well, the first answer is that I don’t really like to party. The second is that I’m already having a great deal of fun. I love my life. I love life. This is true for most activists I know. We are doing what we love, fighting for what (and whom) we love.
I have no patience for those who use our desperate situation as an excuse for inaction. I’ve learned that if you deprive most of these people of that particular excuse they just find another, then another, then another. The use of this excuse to justify inaction — the use of any excuse to justify inaction — reveals nothing more nor less than an incapacity to love.
At one of my recent talks someone stood up during the Q and A and announced that the only reason people ever become activists is to feel better about themselves. Effectiveness really doesn’t matter, he said, and it’s egotistical to think it does.
I told him I disagreed.
Doesn’t activism make you feel good? he asked.
Of course, I said, but that’s not why I do it. If I only want to feel good, I can just masturbate. But I want to accomplish something in the real world.
Why?
Because I’m in love. With salmon, with trees outside my window, with baby lampreys living in sandy streambottoms, with slender salamanders crawling through the duff. And if you love, you act to defend your beloved. Of course results matter to you, but they don’t determine whether or not you make the effort. You don’t simply hope your beloved survives and thrives. You do what it takes. If my love doesn’t cause me to protect those I love, it’s not love.
A WONDERFUL THING happens when you give up on hope, which is that you realize you never needed it in the first place. You realize that giving up on hope didn’t kill you. It didn’t even make you less effective. In fact it made you more effective, because you ceased relying on someone or something else to solve your problems — you ceased hoping your problems would somehow get solved through the magical assistance of God, the Great Mother, the Sierra Club, valiant tree-sitters, brave salmon, or even the Earth itself — and you just began doing whatever it takes to solve those problems yourself.
When you give up on hope, something even better happens than it not killing you, which is that in some sense it does kill you. You die. And there’s a wonderful thing about being dead, which is that they — those in power — cannot really touch you anymore. Not through promises, not through threats, not through violence itself. Once you’re dead in this way, you can still sing, you can still dance, you can still make love, you can still fight like hell — you can still live because you are still alive, more alive in fact than ever before. You come to realize that when hope died, the you who died with the hope was not you, but was the you who depended on those who exploit you, the you who believed that those who exploit you will somehow stop on their own, the you who believed in the mythologies propagated by those who exploit you in order to facilitate that exploitation. The socially constructed you died. The civilized you died. The manufactured, fabricated, stamped, molded you died. The victim died.
And who is left when that you dies? You are left. Animal you. Naked you. Vulnerable (and invulnerable) you. Mortal you. Survivor you. The you who thinks not what the culture taught you to think but what you think. The you who feels not what the culture taught you to feel but what you feel. The you who is not who the culture taught you to be but who you are. The you who can say yes, the you who can say no. The you who is a part of the land where you live. The you who will fight (or not) to defend your family. The you who will fight (or not) to defend those you love. The you who will fight (or not) to defend the land upon which your life and the lives of those you love depends. The you whose morality is not based on what you have been taught by the culture that is killing the planet, killing you, but on your own animal feelings of love and connection to your family, your friends, your landbase — not to your family as self-identified civilized beings but as animals who require a landbase, animals who are being killed by chemicals, animals who have been formed and deformed to fit the needs of the culture.
When you give up on hope — when you are dead in this way, and by so being are really alive — you make yourself no longer vulnerable to the cooption of rationality and fear that Nazis inflicted on Jews and others, that abusers like my father inflict on their victims, that the dominant culture inflicts on all of us. Or is it rather the case that these exploiters frame physical, social, and emotional circumstances such that victims perceive themselves as having no choice but to inflict this cooption on themselves?
But when you give up on hope, this exploiter/victim relationship is broken. You become like the Jews who participated in the Warsaw Ghetto Uprising.
When you give up on hope, you turn away from fear.
And when you quit relying on hope, and instead begin to protect the people, things, and places you love, you become very dangerous indeed to those in power.
In case you’re wondering, that’s a very good thing.
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