Tanto per chiarire / Just to make it clear


Tanto per chiarire / Just to make it clear

Più che un blog questo è un diario di appunti, dove spesso mi segno e rilancio articoli ed opinion interessanti trovate in giro per la rete.

Cerco sempre di citare e linkare correttamente la fonte originale. Se comunque trovaste roba vostra che volete che tolga o corregga, vi prego di segnalarmelo a Stef@cutillo.eu
This is a notebook -not really a blog- where I often relaunch interesting stuff I find roaming on the net.
I always try to link correctly the original sources. If anyway you find your stuff and want me to remove or correct it, please let me know at Stef@cutillo.eu


Questo blog, ovviamente, non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità e con molta poca coerenza. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001 e seguenti.
This is just a silly legal note to state that this (SURPRISE! SURPRISE!)
is not a newspaper or a news publication whatsoever.

martedì 25 marzo 2014

Ma non avremo sbagliato vita?

http://out-press.com/5-paesi-dove-si-vive-con-350-euro-al-mese-2/

Understanding depression

http://www.brainpickings.org/index.php/2014/03/24/the-depths-rottenberg-depression/

Perhaps what we call depression isn’t really a disorder at all but, like physical pain, an alarm of sorts, alerting us that something is undoubtedly wrong; that perhaps it is time to stop, take a time-out, take as long as it takes, and attend to the unaddressed business of filling our souls.

lunedì 24 marzo 2014

Any fool can be happy

http://aeon.co/magazine/altered-states/any-fool-can-be-happy-sadness-takes-strengt/

mercoledì 12 marzo 2014

Trilussa - L'uccello in chiesa

)


L'uccelletto in chiesa

Era d'agosto e un povero uccelletto
ferito dai pallini di un moschetto
andò a posarsi con un'ala offesa
sulla finestra aperta di una chiesa.


Dalle tendine del confessionale
il parroco intravide l'animale,
ma, pressato da molti peccatori
che volevan pentirsi degli errori,
richiuse le tendine immantinente
e si rimise a confessar la gente.



Mentre in ginocchio 

oppur stando a sedere
ogni fedele diceva le preghiere
una donna, notato l'uccelletto,
lo pose al caldo mettendolo nel petto.



A un tratto un improvviso cinguettìo
ruppe il silenzio nel tempio di Dio.
Rise qualcuno e il prete, a quel rumore,
il ruolo abbandonò di confessore,

s'arrampicò sul pulpito veloce
e di lassù gridò ad altra voce:
"Fratelli, chi ha l'uccello, per favore,
esca fuori dal tempio del Signore".

I maschi, un po' stupiti a tal parole,
lesti si accinsero ad alzar le suole,
ma il prete a quell'errore madornale
"Fermi!" – gridò – "mi sono espresso male,
rientrate tutti e statemi a sentire:
solo chi ha preso l'uccello deve uscire".

A testa bassa e la corona in mano
cento donne s'alzarono pian piano,
ma mentre s'affrettavan di buon ora
il prete le gridò "Ho sbagliato ancora,
rientrate tutte quante figlie amate,
ch'io non volevo dire quel che pensate".

E riprese: "Già dissi e torno a dire,
solo chi ha preso l'uccello deve uscire,
ma mi rivolgo a voce chiara e estesa
solo a chi ha preso l'uccello in chiesa".

A tal parole, nello stesso istante,
le monache si alzaron tutte quante,
quindi, col viso pieno di rossore,
lasciarono la casa del Signore.

"Santa Vergine!" esclamò il buon prete
"Sorelle, su rientrate, state quiete,
perché voglio concluder, sissignori,
la serie degli equivoci e di errori,
perciò, senza rumore, piano piano,
esca soltanto chi ha l'uccello in mano".

Una fanciulla che col fidanzato
era nascosta in un angolo appartato
dentro una cappella laterale,
poco mancò che si sentisse male,
quindi gli sussurrò col viso smorto:
"Te lo dicevo, hai visto, se n'è accorto!".



[Altro finale aggiunto]


Ma in un angolo ancora più appartato,
un'altra ragazza col fidanzato,
disse: "Caro, non se n'è accorto, ché io non son sciocca,
in quanto, l'uccello, lo tenevo in bocca!".


Er passero ferito

di Natale Polci



Era d'Agosto. Un povero uccelletto,

ferito da la fionna d’un maschietto,
s’agnede a riposà co ‘n’ala offesa,

su la finestra aperta d’una chiesa.



Da le tendine der confessionale,
un prete intese e vidde l’animale,
ma dato che lì fori,
c’ereno nun so quanti peccatori,
richiuse le tendine espressamente,
e se rimise a confessà la gente.

Ma mentre che la massa de persone,
diceva l’orazzione
senza guardà pe’ gnente l’ucelletto,
‘n omo lo prese e se lo mise in petto…

Allora ne la chiesa se sentì,
un lungo cinguettìo: cì-cì, cì-cì…
Er prete, risentendo l’animale,
lasciò er confessionale,
poi, nero nero peggio de la pece,
s’arampicò sur purpito e lì fece:

"Fratelli, chi ha l’ucello per favore
vada fora dar Tempio der Signore!".
Li maschi, tutti quanti in una vorta,
partirono p’annà verso la porta,

ma er prete, a quelo sbajo madornale:
"Fermi!", strillò "che me so espresso male…
Tornate indietro e stateme a sentì:
qua, chi ha preso l’ucello deve uscì!".

A testa bassa e la corona in mano,
cento donne s’arzorno piano piano.
Ma mentre se ‘n’annaveno de fora,
er prete ristrillò: "Ho sbajato ancora!".

Rientrate tutte quante fije amate,
ch’io nun volevo dì quer che pensate.
Io v’ho già detto e ve ritorno a dì,
che chi ha preso l’ucello deve uscì,

ma io lo dico a voce chiara e stesa,
a chi l’ucello l’abbia preso in chiesa!".
In quello stesso istante,
le moniche s’arzorno tutte quante,

eppoi, cor viso pieno de rossore,
lasciarono la casa der Signore.

(Versi conclusivi aggiunti successivamente da un anonimo):

Er prete co’ la faccia imbambolata,
capì che aveva detto ‘na cazzata
e sentenziò: "Rientrate piano piano…
sorta chi adesso cià l’ucello in mano!".

Una ragazza che cor fidanzato,
stava co’ lui a sede sur sagrato,
disse impaurita, cor visetto smorto:
"Che te dicevo? A stronzo! Se n’è accorto!".

Ma quello che nessuno ha mai capito
è perché pure er chirichetto
s'è arzato e se n’è ito.

martedì 28 gennaio 2014

Dov'è finito il nostro Paese?

Dov'è finito il nostro Paese?

di Giorgio Cattaneo

«Questo paese è meraviglioso», disse la donna, allungando lo sguardo sul latte nebbioso che esalava dalle acque e dai canneti della Maremma nella luce cruda e ancora incerta del primo mattino. La voce della donna era incrinata dalla commozione, sul treno che - insieme a centinaia di altri ordinari apostoli - la stava trasportando verso la capitale, dove di lì a poche ore si sarebbe messa in marcia la più gigantesca manifestazione di massa della storia, milioni di cittadini in corteo per tentare di fermare la guerra, contro l'Iraq di Saddam e le sue inesistenti bombe atomiche.

Era il 15 febbraio 2003, mille anni fa. C'era quel treno. E c'era quella donna, intenerita dallo spettacolo naturale inesauribile dell'Italia e convinta di vivere in un paese speciale, a suo modo nobile e generoso - la storia siamo noi, dopotutto, quando ce ne ricordiamo. Un paese amico, solidale, abbastanza ricco da essere tollerante e aperto. Un paese sereno, con una sua vocazione alla felicità. Un paese che oggi non c'è più.

Lo stesso uso comune di quella parola - paese - è divenuto monopolio di statistiche prima astruse e poi atroci. Il Pil, lo spread, la deflazione, la moneta unica, il rigore, l'addio al welfare, l'austerity, la spending review. Il debito pubblico esibito come colpa, le privatizzazioni-truffa come virtù. Spenta l'allegria di un tempo, estinta la fiducia nel futuro. Scomparsa la politica, con i suoi partiti. Spariti i politici: ci si accontenta di intrattenitori (prima Berlusconi, ora Renzi). Sparita la verità, la scomoda verità delle strade. Ci sono gli speaker, i commentatori, le breaking news che non spiegano mai niente.

È così che dilagano le leggende. Il perfido Bin Laden, il perfido Gheddafi, il perfido Assad. La maschera di Mario Draghi, quella di Mario Monti. I mestieranti di Palazzo Chigi, la vuota ritualità di parole consunte di fronte allo strazio quotidiano che sbarca a Lampedusa e si trascina nelle piazze del nord mettendo in scena la rabbia e la disperazione di ex operai, ex insegnanti precari, ex commercianti, ex imprenditori, ex artigiani, ex cittadini italiani ridotti a sudditi di un'autorità dispotica e nemica, verso la quale il governo nazionale è impotente, se non complice.

Paese felice, lo definiva Primo Levi, nonostante tutto. Una terra con mille piaghe endemiche, catastroficamente ingovernabile e sempre dominata da potenti padroni stranieri - eppure popolata da un'umanità tenace, ottimista, operosa. Un luogo non ostile, dove l'odio fanatico non è mai stato di casa. Che fine ha fatto, oggi, questo paese? Si sta letteralmente disintegrando, in apparenza senza un perché. Crolla, l'Italia, giorno per giorno. Cede sotto il colpi di manovre possenti sempre decise all'estero, lontano dal popolo italiano, in nome del quale si sostiene ancora di amministrare la giustizia, di promulgare le leggi. Popolo relativamente sovrano, in passato, ma oggi non più.

Persino nella guerra fredda, quelli che si opponevano l'un l'altro - con terribile durezza - erano modelli di civiltà, ipotesi di convivenza sociale e civile. Mondi che disponevano di codici, di lingue. È muta, invece, la suprema barbarie del regime tecnocratico: pretende di liquidare con la falsa imparzialità dei numeri le sue anonime operazioni di genocidio selettivo, di pulizia etno-economica, di macelleria sociale.

Il nuovo feudalesimo instaurato dal potere egemone, che utilizza armi di distruzione di massa come il terrorismo economico e la disinformazione sistematica, pretende una platea di docili sudditi, di consumatori drogati, di telespettatori passivi, di ex cittadini ed ex lavoratori catapultati nell'indigenza, nel bisogno, nella paura del domani. E ora che il sistema sta franando, non avendo saputo mantenere le sue promesse di benessere, la prima preoccupazione dei grandi decisori - multinazionali, finanzieri, lobby invisibili e onnipotenti - è quella di disabilitare le residue funzionalità dei cittadini, rendendoli completamente inermi e abituandoli alla rassegnazione come condizione di assoluta normalità: la verità ufficiale non si discute, gli ordini si eseguono e si subiscono in silenzio.

Ai sudditi si impedisce persino di votare, di scegliere, di decidere di che morte dovrà morire il loro famoso paese, il paese meraviglioso di Primo Levi e di tutti gli apostoli che il 15 febbraio 2003 si ritrovarono a Roma per avvertire i signori della guerra che il popolo, il popolo italiano, non era più disposto a credere a nessuna delle loro sanguinose menzogne.